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  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 29 mag
  • Tempo di lettura: 7 min

A Foggia hanno messo i cassonetti intelligenti, una sorta di differenziata a metà, senza raccolta porta a porta, dove sono i cittadini a dover conferire i rifiuti, e possono farlo ogni giorno dalle 14 alle 22. L’informativa è stata carente, perché non sono arrivati in posta i depliant esplicativi, o sono arrivati tardi, dopo circa una settimana dall’installazione dei nuovi cassonetti, e la maggior parte dei cittadini non ne sapeva nulla, se non per sporadiche informazioni captate qua e là su internet e facebook. Il risultato è stato che, da un giorno all’altro, molti si sono trovati davanti a cassonetti differenziati, della carta, della plastica e dei metalli, del secco residuo, dell’organico (umido) e del vetro, senza saper nemmeno da cosa iniziare per differenziare. E questo perché, nonostante ci fossero già da tempo in città i cassonetti della carta, della plastica e dei metalli, e le campane del vetro, in parecchi non hanno mai fatto la raccolta differenziata, gettando tutto nell’indifferenziata (quella che oggi viene detta secco residuo). La narrazione che circolava a Foggia da sempre è che fosse inutile differenziare dal momento che in discarica i contenuti dei cassonetti venivano mischiati tra di loro senza alcun tipo di differenziazione per consentire il riciclo dei rifiuti urbani. Numerosi cittadini vantano amicizie in Amiu e giurano che sarebbero stati gli stessi addetti allo smaltimento a suggerire loro di non differenziare perché tanto “non ne vale la pena”. Questi cittadini ancora oggi si chiedono dove vadano a finire i rifiuti differenziati che la nuova raccolta impone alla città, considerata la narrazione suddetta ancora circolante e viva tra i foggiani. Insomma, chiunque non si adoperasse nella raccolta differenziata sfoggiava e sfoggia, tuttora, queste sedicenti amicizie come scusante per i loro comportamenti incivili. Ad ogni modo, cassonetti intelligenti a parte, un effetto positivo di questa iniziativa è che, si spera, i foggiani dovranno finalmente imparare a differenziare, come accade che si faccia ormai da anni in molte altre realtà cittadine e comunali, anche abbastanza vicine, geograficamente parlando, alla nostra città.


Come funzionano i cassonetti intelligenti?

E qui veniamo al focus della questione. I cassonetti al momento funzionano senza tessera, ma dal trenta giugno andrà a regime l’apertura esclusiva con scheda da ritirare presso gli uffici comunali adiacenti alla villa dal lato opposto a quello del Palazzetto Rosa dell’Arte in via Galliani. Lì potete recarvi già da ora, per ritirare il mitico volantino e la tessera, con la quale si potrà aprire il cassonetto di volta in volta interessato (e speriamo che le tessere funzionino). Al momento, considerata probabilmente la carenza di comunicazione preventiva effettuata dal comune (ripeto, non sono stati recapitati in posta i depliant esplicativi prima dell’installazione dei nuovi cassonetti intelligenti) si è pensato di cominciare ad utilizzare i cassonetti senza la tessera, usando semplicemente il pulsante presente sul cassonetto e, dopo il segnale di apertura del cassonetto stesso, conferire, come si faceva già prima i rifiuti, dopo aver aperto con la maniglia o con l’uso del piede sulla staffa di metallo posizionata in basso. Ma purtroppo, alcuni cassonetti sono già stati vandalizzati dai più incivili che non si sono affatto preoccupati di capire come funzionassero all’apertura e li hanno letteralmente scardinati. In alternativa, molti continuano a lasciare il sacchetto a terra accanto al cassonetto, senza conferirlo correttamente e senza differenziare i rifiuti, facendo mostra di ignoranza e inciviltà.


Come si raccolgono i rifiuti?

Chiarendo che il comune non ha fornito nemmeno le bag ad hoc per iniziare la raccolta differenziata, si deduce che ogni cittadino dovrà munirsi per suo conto delle buste decompostabili necessarie per i rifiuti organici da conferire nell’umido. Queste buste si trovano facilmente nei supermercati, ma devono avere la dicitura specifica, e generalmente è scritto che servono proprio per questo tipo di raccolta differenziata (gli scarti del cibo e della tavola). Per quanto riguarda la carta è necessario utilizzare delle buste di carta. Mentre per plastica e metalli si possono usare le comuni buste di plastica per i rifiuti che si trovano in vendita nei negozi di casalinghi – e nei supermercati. L’importante è che queste buste siano semitrasparenti e non nere. Per il vetro non è necessaria alcuna bag dal momento che i pezzi si conferiscono uno per volta, singolarmente, alla campana. Anche su questo punto sono iniziate le polemiche perché il comune non ha fornito i cittadini delle buste per l’umido. Vero, ma questo non esime dal rispetto della norma, che prevede questa tipologia di buste. Piuttosto che acquistarne di altro tipo, al supermercato sarà necessario metterci un po’ di attenzione in più per scegliere quelle adatte allo scopo in linea con i regolamenti e a norma di legge sulla raccolta differenziata.


Cassonetti con le grate

Un’altra difficoltà e novità riscontrata dai cittadini nella nuova raccolta differenziata foggiana è costituita dal fatto che i cassonetti hanno le grate, e quindi non è possibile conferire i rifiuti semplicemente buttando la busta, ma, soprattutto nel caso della carta e della plastica, spesso è necessario (se le buste sono piuttosto grandi), smistare i rifiuti singolarmente per farli passare nelle grate. L’obiettivo è quello di differenziare sempre di più, riducendo anche il volume dei rifiuti stessi conferiti. Per quanto riguarda l’umido il consiglio è di non fare buste troppo grandi perché si possono registrare difficoltà ad inserirle nello sportello del cassonetto interessato. Il comune, ad ogni modo, sta provvedendo a sostituire le grate troppo strette con altre più agili che consentono l’inserimento delle buste intere nei cassonetti. L’importante, però, è che i cassonetti vengano regolarmente svuotati dall’Amiu, poiché mi è già capitato di vedere cassonetti letteralmente strabordanti di rifiuti dove risulta piuttosto difficile il conferimento di altri sacchetti.


Basta davvero poco?

Lo slogan utilizzato dal Comune di Foggia, per sponsorizzare questa campagna, che di informativo ha avuto davvero poco, questo sì, è “basta poco”. Ed in effetti, una volta che si siano capite bene queste poche regole di cittadinanza attiva non sarà poi così difficile metterle in pratica quotidianamente. Certo, il conferimento dei rifiuti differenziati prevede un minimo impegno da parte di tutti. È finita l’era del lancio del sacchetto al volo mentre si va a lavorare. Questo momento della giornata diventa un importante atto di riflessione ed una presa di coscienza, da parte di tutti, che quei pochi minuti che dedichiamo giornalmente al conferimento attento dei rifiuti possono fare la differenza tra una città attiva e consapevole, ed una città disattenta e sciatta nei comportamenti. Non sta al cittadino, sebbene sia un suo diritto, sapere e sindacare sulla strada che prenderanno i nostri rifiuti differenziati. Iniziamo a fare tutti la raccolta differenziata, intanto, ed apprendiamo un consapevole atto di cittadinanza attiva che ci può far sentire migliori di come siamo attualmente. È ovvio che se le sensibilità amministrative richiedono questo tipo di conferimento dei rifiuti solidi urbani, sta maturando a livello collettivo una coscienza diversa, ed un nuovo bisogno, che porterà anche a seguire la strada dei rifiuti differenziati, per comprendere dove essi vadano ad essere successivamente smaltiti per il riciclo. L’importante è iniziare, perché se nemmeno si comincia certo non si può arrivare da nessuna parte.


I dubbi

Ma quindi funziona tutto in questo nuovo piano di raccolta dei rifiuti urbani? Certo che no. E le perplessità vengono, ai benpensanti, proprio dall’uso della tessera per l’apertura dei cassonetti intelligenti, dal momento che l’esperimento è stato già fatto in altre città, ed anche nella a noi più limitrofa Bari, dove non ha funzionato. E non ha funzionato perché i cassonetti sono stati sistematicamente vandalizzati e distrutti da chi non fosse in possesso di tessere o da chi non riuscisse ad utilizzarle correttamente. Perciò i rifiuti venivano conseguentemente abbandonati in prossimità dei cassonetti stessi, o i cassonetti venivano scoperchiati con la forza per l’inserimento dei rifiuti. Cosa che, per la verità, come ho già detto sopra, sta accadendo anche in alcune zone di Foggia, nonostante al momento i cassonetti si aprano senza tessera. Il che vuol dire che il cittadino medio foggiano fa proprio fatica a differenziare, e che il vero problema non siano i cassonetti intelligenti, e la loro apertura, ma sia proprio nella pigrizia individuale che porta a gettare tutto indistintamente in un solo sacchetto per poi abbandonarlo in strada accanto ai cassonetti da poco installati. Alcuni dei quali sono già stati vandalizzati, sebbene non sia ancora in uso la tessera per l’apertura. Il che vuol dire che evidentemente un difetto di comunicazione esiste, perché i depliant informativi sono stati distribuiti a macchia di leopardo e senza uniformità sul territorio cittadino, determinando poca consapevolezza sull’uso dei cassonetti per differenziare in chi deve smaltire i rifiuti. Perplessità ce ne sono molte. In effetti, stando agli storici degli altri comuni, spendere denaro pubblico per un esperimento che è già stato fallimentare per altri in passato non è un’iniziativa troppo intelligente, senza voler togliere nulla ai cassonetti che si pregiano di possedere questa qualità. Ma, come si diceva sopra, forse questa potrebbe essere un’occasione per imparare a differenziare, e magari anche un’opportunità per dimostrare che si può fare, perché “basta poco” davvero, a volerlo, per essere cittadini più consapevoli e civili nei comportamenti.


Riflessioni conclusive a margine

Personalmente non credo che questa sia la soluzione definitiva per la differenziata a Foggia. E penso che il prossimo passo sarà, e dovrà essere, senz’altro la raccolta porta a porta, come ormai avviene da tempo in grandi città ma anche in piccoli centri della nostra stessa provincia. E, volendo cambiare le cose, l’amministrazione poteva pensare di realizzare subito tutto ciò piuttosto che limitarsi a spendere soldi per altri cassonetti che certamente possono costituire un problema per alcune fasce di popolazione più marginale. Molti pensano alla fatica concreta per una persona anziana, o per un disabile, in questa modalità organizzativa di raccolta, che prevede l’uso della pulsantiera e della tessera (ma è disponibile anche una app allo scopo utilizzabile dal cellulare) per aprire i cassonetti. Ad ogni modo, ormai ci siamo. Proviamo anche questa e poi magari faremo un monitoraggio, nel tempo, di questa novità dell’amministrazione di Maria Aida Episcopo. Auspicando che si possa arrivare quanto prima alla differenziata porta a porta, come prossimo obiettivo da raggiungere per la città di Foggia.

  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 22 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 26 mag

Una matassa non facile da sciogliere

Sono consapevole di essere l’ennesima persona che si occupa del caso Garlasco. E di non essere la sola a scriverne (e parlarne) per sentito dire, senza aver letto le carte processuali, ma soltanto per aver appreso le notizie in tv, dai programmi che trasmettono il delitto quasi a rete unificate, da mattina a sera. So benissimo che si sta discutendo del solito processo di piazza ( quello che si celebrava una volta ai danni delle streghe che venivano poi bruciate sul rogo) che oggi si celebra attraverso i social media, e che condanna una volta il “biondino dagli occhi di ghiaccio” ed un’altra volta creando un mostro in una personalità non certo trasparente, sicuramente problematica, con tratti oscuri e molti lati d’ombra. Ma tutti, davvero tutti, ne parlano. Anche perché ad ascoltare i magistrati quella povera ragazza, Chiara, sarebbe stata uccisa due volte, da due assassini diversi. Mentre lei è morta una volta sola.

Non so come andranno a finire le cose. Di errori giudiziari, nella storia della giustizia italiana e non, ne sono stati commessi. E alcuni davvero eclatanti. Basti ricordare il caso di Enzo Tortora, storico conduttore di Portobello, che si è poi concluso con l’accertamento dell’innocenza del presentatore televisivo, il quale dopo poco è deceduto perché nel frattempo ammalatosi gravemente, anche per il dolore e le sofferenze causate dallo scandalo che ingiustamente lo aveva travolto. Ma vale la pena di ricordare anche il caso di Sacco e Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, accusati ingiustamente di rapina e omicidio nell’America xenofoba degli anni venti, e poi condannati ed uccisi sulla sedia elettrica. Soprattutto in questo secondo caso, ma in generale in tutti gli errori giudiziari, a farla da padrone sono stati i pregiudizi, la xenofobia ed il razzismo contro gli immigrati.

In ogni caso di errore giudiziario sono leggibili elementi di preconcetto e la percezione della realtà distorta da quelle che sono le idee prefissate dei magistrati che hanno indagato, i quali hanno impostato da subito l’indagine su una sola pista trascurando tutti gli altri elementi possibili, e vedendo nel caso soprattutto la conferma alle loro ipotesi iniziali, senza minimamente vagliare la possibilità di altri accertamenti e soluzioni.

Dopo quello che è accaduto in questi lunghi anni dalla morte di Chiara Poggi non so se noi italiani possiamo ancora avere fiducia nella giustizia, e nei professionisti del crimine, tra Ris e magistrati, che dovrebbero essere formati a fare indagini complesse e a dedurre la verità processuale spesso anche solo da semplici indizi che si trovano sulla scena del crimine. Ma come è possibile fare così tanti errori per specialisti che sono stati formati a questo lavoro? Come è possibile che i Ris cancellino senza nemmeno accorgersene prove importantissime sulla scena del crimine?

Adesso, per dimostrare l’innocenza di Stasi, che si è sempre dichiarato estraneo al delitto, bisognerebbe spiegare tutti quegli elementi, almeno cinque tra i più noti in sentenza, che per anni sono stati annoverati tra gli indizi probatori della sua colpevolezza:

1. la suola delle sue scarpe che appare pulita, nonostante la sua dichiarazione di essere stato fisicamente presente sulla scena del delitto ormai consumato e di aver scoperto il corpo di Chiara;

2. il volto di Chiara, che lui dice essere bianco mentre è stato rinvenuto sporco di sangue e a capo in giù, quindi impossibile da scorgere per chi avesse scoperto fugacemente il corpo, come lo stesso Stasi dichiara di aver fatto;

3. il sangue sui pedali della sua bicicletta;

4. cosa ci facesse la sua bicicletta davanti alla casa di Chiara la mattina del delitto;

5. la sua freddezza a telefono quando denuncia la scoperta al 118, parlando di una generica persona, invece di dire subito che si trattava della sua fidanzata dell’epoca.

Perché due sono le cose: o questi sono indizi, che messi insieme fanno una prova, e allora restano inconfutabili fintanto che non vengano spiegati diversamente, e la procura di Pavia li dovrebbe risolvere e chiarire, dal momento che considera Stasi innocente; o questi elementi non costituiscono una prova certa della sua colpevolezza, e allora ci devono comunque far capire come mai un uomo ancora molto giovane, e con tutta la vita davanti, sia stato condannato in presenza di dubbi, in mancanza di un movente inequivocabile, e soprattutto sulla base di questi indizi incerti e confutabili. E come mai siano state volutamente tralasciate altre piste di indagine, come quella che oggi porta la procura di Pavia a dichiarare la colpevolezza di Sempio che, sebbene fosse stato interrogato a lungo ai tempi del delitto, fu all’epoca rilasciato e dichiarato innocente.

La revisione del processo Stasi deve riguardare tutti gli elementi di colpevolezza che all’epoca della condanna furono annoverati come tali contro di lui. E il processo a Sempio deve spiegare come mai tutti gli addebiti che oggi gli vengono fatti sian

o stati del tutto trascurati quasi venti anni fa e non vennero presi in considerazione come utili indizi probatori a suo carico.

Inoltre, la colpevolezza di Sempio può essere provata in via definitiva soltanto dopo la revisione del processo a Stasi, ormai giudicato colpevole di omicidio con sentenza passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio. Altrimenti, come scrivevo sopra, si rischia di vedere accusati due soggetti per uno stesso omicidio, e per una persona che è morta una volta sola, e sicuramente per mano di un solo assassino, come è stato accertato e confermato dalla procura che indaga attualmente sul caso al momento più discusso d’Italia.

Anche la posizione di Sempio deve essere chiarita, soprattutto relativamente all’impronta 33, alla compatibilità della sua impronta del piede con quella lasciata dalle scarpe dell’assassino, e deve essere spiegato come mai sotto le unghie di Chiara sia stata rilevata la presenza di un DNA compatibile con quello di Sempio e non con quello di Stasi che, stando alla ricostruzione del delitto, sarebbe stato l’ultimo ad aver visto la vittima, la sera prima dell’omicidio.

Una matassa certamente non facile da sciogliere.

  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 8 feb
  • Tempo di lettura: 20 min

di Antonietta Pistone


La neotenia

Ormai siamo giunti nell'epoca in cui dall'homo sapiens sapiens si passa al cosiddetto homo technologicus, l'uomo tecnologico. In effetti già Arnold Gehlen pensava che l'uomo fosse naturalmente manchevole di supporti specialistici, e affetto dalla neotenia, un’infanzia prolungata, a differenza degli animali che invece vivono da sempre in una nicchia biologica predeterminata e che sono quindi specializzati a vivere in quell'ambiente naturale al quale in qualche modo la natura li ha consegnati. Gli animali, però, se portati da una parte all'altra del globo non possono sopravvivere - gli animali del polo non possono vivere all'equatore e gli animali dell'equatore non possono sopravvivere al polo. Gli animali, dunque, se costretti a vivere al di fuori della loro nicchia biologica, sono destinati alla morte o all'estinzione. L'uomo, secondo Gehlen, manca invece di specializzazioni, ed è proprio questo il motivo che lo rende aperto alla cultura, e quindi anche alla tecnologia, come supporto e come protesi delle proprie manchevolezze. Nello stesso tempo gli arti, attraverso gli strumenti e le tecniche, realizzano e potenziano delle capacità altrimenti non facilmente esprimibili.


L’uomo politecnico

L'uomo tecnologico, nell’evoluzione umana, è destinato a lasciare il passo all'uomo che entra in simbiosi con la tecnologia, per cui se l'uomo tecnologico fa uso della tecnologia, l'uomo simbiotico vivrà iperconnesso alle tecnologie fino ad evolvere nell'uomo singolare, che avrà anche addosso elementi di computing, per esempio sui vestiti, o che addirittura porterà sotto pelle degli inserimenti di chip e microchip, più o meno come si vede nei film di fantascienza. Quello che oggi viene definito l'uomo technologicus a mio parere potrebbe essere anche chiamato uomo politecnico proprio perché gli uomini primitivi, quelli che vivevano e abitavano le caverne, utilizzavano una clava - e quindi usavano strumenti molto più rudimentali come un bastone, poi successivamente la leva, la ruota, e il fuoco. Ma quando l'uomo si è evoluto, anche nella conoscenza delle tecniche, questi primi utensili molto rudimentali si sono sempre maggiormente raffinati fino a diventare quelle che oggi noi conosciamo come le odierne tecnologie informatiche.


Informatica e robotica

L'era informatica ha dato luogo primariamente alla creazione e successivamente allo sviluppo della macchina calcolatrice, del primo calcolatore elettronico. Pensiamo ad Alan Turing che negli anni cinquanta del Novecento fondava l'intelligenza artificiale, quindi la scienza dell'informazione. L'evoluzione di queste tecnologie informatiche ci porterà progressivamente sempre di più ad andare verso quelli che nei testi di Isaac Asimov venivano visti come dei veri e propri fatti di fantascienza, quando dall'uso della macchina, quindi dal pc, dal cellulare, dall’iPad, dal tablet ma anche dal palmare, si passerà a macchine sempre più piccole ma sempre più potenti fino ad arrivare all'automazione vera e propria. Oggi viviamo nell'era della quarta rivoluzione industriale, quindi nell'era in cui non c'è più l'industria capitalistica alla quale pensava Marx, ma c’è invece l’industria 4.0, con la meccanizzazione e la robotica, in cui le macchine industriali contemporanee sono automatizzate e robotizzate, e prodotte, programmate e controllate da ingegneri specializzati, piuttosto che da proletari alla catena di montaggio. E quindi la robotica e l'automazione sono entrate di diritto nell’attività produttiva di tipo industriale. Il futuro delle tecnologie informatiche viene invece anticipato come una vera e propria simbiosi tra l’uomo e la macchina, in cui l'uomo odierno, l’uomo politecnico, capace cioè di utilizzare gli strumenti, passa dall’uso degli utensili più rudimentali, che servono per arare e coltivare la terra, fino a quelli sempre più sofisticati ed evoluti dell’odierna rivoluzione digitale.


Dalla società rurale ad oggi

Non dimentichiamo che l'agricoltura ha rappresentato un momento molto importante dell'evoluzione umana anche perché ha reso possibile il passaggio dal nomadismo alla stanzialità dei popoli, dando poi impulso allo sviluppo di una vera e propria economia rurale, che comunque rappresentava quella tipologia di ricchezza legata alla terra, con le grandi proprietà terriere. Successivamente questo tipo di economia si è sviluppata con la rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento, dando luogo al trasferimento massiccio della popolazione dalle campagne alla città, e quindi permettendo, attraverso l'urbanizzazione, la trasformazione della civiltà rurale in civiltà industriale e capitalistica, caratterizzata dalle due classi sociali dei proletari e degli imprenditori, proprietari di fabbrica. Ma qui eravamo ancora all'epoca di Ford e della catena di montaggio, dell'organizzazione scientifica del lavoro, in cui però gli operai non erano specializzati e dovevano semplicemente svolgere un'attività ripetitiva, ma molto banale, stando alla macchina per tante ore al giorno. Dunque con Marx si parla di alienazione del lavoro perché l'uomo non riconosce più se stesso in quello che fa ma si riconosce piuttosto come un suppellettile della macchina, un qualcosa che sta lì a latere e che dà la possibilità alla macchina di continuare a produrre. Con le evoluzioni successive, si passa dalla catena di montaggio alla scoperta dell'energia elettrica e all’industria chimica, e poi alla nascita dell'informatica con la teoria dell'informazione, con Alan Turing intorno al 1956, e con la prima macchina calcolatrice, il grande calcolatore elettronico che inizialmente impiegava lo spazio di un’intera stanza, che poi è sempre diventato più piccolo e più potente, dal pc Commodore 64 fino al Mac per arrivare al desktop, al portatile, e adesso al palmare e agli orologi da polso, che sono computerizzati, ai tablet, agli iPad, e a tutti gli strumenti che ormai utilizziamo per lavorare, e che in futuro ci vedranno sempre più integrati e sempre più in simbiosi con la macchina, anche perché ogni lavoro ormai è automatizzato e dunque nulla si può fare senza la tecnologia e senza l'intelligenza artificiale.


L’uomo cibernetico

Questa simbiosi realizzerà in futuro l'uomo singolare, cioè l'uomo che in se stesso ingloberà la tecnologia, che in qualche modo se la porterà addosso, nelle trame degli abiti dei vestiti o nei chip messi sotto pelle, e che vivrà a sua volta in un ambiente completamente informatizzato perché la stessa casa, la stessa abitazione, o i luoghi di lavoro, diventeranno domotici. Oggi però possiamo parlare sicuramente di uomo politecnico, cioè dell'uomo che proprio perché ha riconosciuto questa sua atavica manchevolezza, questa sua condizione di bisogno, e soprattutto ha sperimentato sulla sua pelle all'epoca delle caverne la sua impossibilità a vivere nudo e a contatto diretto con la natura, ha sviluppato da quel momento in poi una serie di tecniche che in fin dei conti sono diventate tecniche di sopravvivenza e che ci fanno comprendere come effettivamente l'atteggiamento dell'uomo nei confronti dell'ambiente, l'interazione dell'uomo con l'ambiente naturale, sia stata dominata e caratterizzata dal sentimento della cura. Il prendersi cura della sua vita in qualche modo ha dovuto anche rappresentare il prendersi cura dell'ambiente circostante, e degli altri, del verificare il modo in cui l'individuo si potesse adattare all'ambiente in funzione di sopravvivenza e poi successivamente non solo di sopravvivenza - perché la giornata dell'essere umano non doveva consistere soltanto nella possibilità di salvarsi la vita, di proteggersi dalle intemperie più o meno severe della natura, oppure di sfuggire ad un inseguimento di un leone o di una tigre, ma avrebbe dovuto costituire la possibilità di sviluppare se stesso nella migliore e più completa delle maniere. E questa possibilità di sviluppare se stesso l'uomo l'ha appresa proprio costruendo oltre la natura, e potremmo dire sulla natura, un mondo sociale di relazioni in cui l'ambiente naturale in qualche modo è stato sostituito dall'ambiente artefatto e artificiale dell'uomo, che è diventato il mondo della cultura, della scienza, dell'arte, della religione, della politica e comunque del sapere e delle idee in generale. Mondo che però da subito si è comunque accompagnato anche all'utilizzo di tecniche più o meno rudimentali, che si sono andate affinando col passare del tempo fino a diventare sempre più evolute, sempre più sviluppate, sempre più potenti, sempre più efficienti, come l'attuale intelligenza artificiale, permeando di sé tutte le attività umane, da quelle più banali e quotidiane, del restare in vita, quindi in qualche modo del sopravvivere, fino al lavoro e alle relazioni sociali. Se pensiamo al cellulare, oggi esso è uno strumento che ci consente di costruire un mondo di socialità. Molti di noi utilizzano il cellulare costantemente per lavorare anche fuori dall'orario di lavoro, quindi questo ha determinato che il lavoro in qualche modo si mobilitasse, cioè non fosse più relativo al luogo di lavoro, alla scrivania, al computer, alla sedia, all'ufficio, ma che fosse perciò fluido, cioè che si potesse svolgere l'attività lavorativa anche utilizzando la messaggistica di whatsapp, oppure le mail, al di fuori dell'orario di lavoro. E, nello stesso tempo, nell'orario di lavoro l'utilizzo frequente del cellulare ha reso possibile anche il coltivare relazioni sociali che sono al di fuori del mondo di lavoro, della realtà lavorativa, perché non è infrequente rispondere a un messaggio su whatsapp anche mentre si è fisicamente presenti al lavoro. Questo spostamento ha rappresentato, nell'ambito dell'evoluzione tecnologica, un primo passaggio fondamentale da una catena meramente informativa, come ad esempio da strumenti come la radio oppure la tv, che erano comunque strumenti di medialità, ma unidirezionali, in cui il messaggio passa dalla fonte dell'informazione al suo fruitore, che però resta passivo davanti allo strumento, o che al massimo può cambiare canale facendo zapping, a strumenti sempre più interattivi, come ad esempio lo stesso computer con la rete di Internet e poi a tutte queste tecnologie informatiche, a cominciare dal cellulare propriamente detto. Chi oggi non ha un cellulare? Magari non tutti lavorano al pc, ma un cellulare bene o male ce l'hanno tutti. E costoro hanno la possibilità di inviare tutti insieme dei messaggi ai loro interlocutori. Quindi non solo la fonte del messaggio non è più una sola, o da uno verso molti, come nel caso dei mezzi più antichi della radio o della tv, ma il messaggio viene inviato da uno a molti, e da molti a molti altri, per cui attraverso il cellulare si realizza veramente una rete di comunicazione che alcuni autori, come ad esempio Maurizio Ferraris, dicono essere anche la causa e il motivo principale per la diffusione di quelle cosiddette fake news, o della post verità, cioè di un sapere che rimane poi in qualche modo confinato ad una nicchia di persone, ed è quindi relativo ad un gruppo, a volte anche abbastanza ristretto, che però comincia a diventare parte di quelle convinzioni, di quel gruppo, di quella nicchia di persone, di quella cerchia, spesso senza nemmeno confrontarsi in maniera critica con il resto della platea, della comunità, e in casi più eclatanti addirittura con l'ipotesi più accreditata a livello filosofico scientifico nel mondo intero. E quindi queste nicchie di sapere diventano poi fake news e postverità, come ad esempio la tendenza a vedere dei complotti nella storia, anche quando non ci sono, oppure l’essere portati a credere che il vaccino faccia male e che addirittura possa portare a delle modificazioni genetiche nel DNA, e quindi ci farà diventare tutti lupi mannari. Ecco, il passaggio è evidente, cioè il nostro mondo ideale, il mondo dei pensieri, il mondo delle idee di cui parlava Platone, se vogliamo, passa proprio attraverso il cellulare. Nel cellulare ci sono praticamente tutti i documenti, tutte le iscrizioni, tutte le relazioni sociali o lavorative della persona che possiede quello strumento, che quindi non è più uno strumento unidirezionale di informazione ma è divenuto uno strumento circolare di comunicazione, che però, non avendo una platea molto ampia per la conoscenza di determinate convinzioni, di conoscenze, e di sapere, rischia poi di produrre, ad esempio nell'ambito dei social network - dove si dice la qualunque e tutti si ritengono esperti di tutto - anche la generazione di quelle che sono appunto le fake news, cioè la postverità.


Verità e coscienza nell’era globale

La verità è invece un qualcosa che non si deve solo e semplicemente dire ma che prevede un movimento, un fare la verità, e quindi un divenire la verità anche da parte di chi la sta facendo, in quanto testimone, narratore e documentatore di quella verità. La verità non è qualcosa che si apprende dal mondo, il mondo che è fuori di noi e il mondo così com'è. Il mondo così com’è ce lo hanno lasciato, è il mondo così come lo abbiamo trovato. Se vogliamo pensare ad un'evoluzione storica e sociale bisogna passare dall'essere del mondo così come appunto è, l’ontologia del mondo, alla sua fenomenologia, che ci racconta del suo apparire alla coscienza, del suo entrare in relazione con il soggetto, con l'io che vuole conoscere il mondo. Ma al di là di queste relazioni, per fare la verità c'è bisogno di altro, c'è bisogno di chiedersi perché c'è quel mondo così come lo abbiamo trovato, e quindi c'è bisogno di passare dall'ontologia, attraverso la fenomenologia, alla metafisica delle note quattro cause di Aristotele. C'è bisogno cioè di costruire un sapere, di comprendere veramente quello che c'è, ed è quindi necessario che l'ontologia in qualche modo ci riconsegni come mondo quello che esiste attualmente e che si palesa come un oggetto rispetto a noi che siamo i soggetti della conoscenza, e quindi dell'atto conoscitivo. E nella relazione, quel mondo che ci è stato consegnato a livello ontologico - come ciò che c'è fuori di noi - diventa oggetto di un’epistemologia, cioè di un rapporto di conoscenza che si fa tra soggetto ed oggetto e che porta anche il soggetto ad interessarsi ad un determinato argomento, ad un determinato oggetto, ad una determinata questione, e che quindi ha due altri elementi fondamentali che sono l'interesse ma anche il tema del problema, e l'intenzionalità della coscienza - avrebbero detto Brentano ed Husserl - che si direziona verso l'oggetto della conoscenza. L'epistemologia è invece l'attività di produzione della conoscenza, ciò che noi chiamiamo scienza, sapere. E l'epistemologia ci consegna le conoscenze, cioè la gnoseologia. Ma tutto questo ancora non è sufficiente, perché il fare la verità non è qualcosa che si può realizzare da soli o in poche persone o in piccoli gruppi, altrimenti non facciamo la verità ma diventiamo produttori di fake news o di postverità. La verità, per essere tale, deve essere condivisa, comunicata ad una comunità scientifica, e se la comunità scientifica internazionale la accetta, questa verità può diventare qualcosa di cui possa fruire pienamente tutta la popolazione mondiale. Ma per arrivare a tanto bisogna iniziare a socializzare la conoscenza, la verità, e quindi a condividerla, a renderla pubblica, e per renderla pubblica c'è bisogno di documentarla, e quindi dalla produzione della verità si passa alla produzione della documentazione della verità in cui vengono scritti articoli, saggi, libri, e vengono fatti i convegni, ci sono incontri con scienziati e filosofi, cioè con tutta una comunità scientifica di ricerca che è pronta in qualche modo a condividere, o comunque ad argomentare, dibattere, mettere su una dialettica, rispetto a quella verità. Dopodiché deve raggiungere naturalmente un accordo scientifico di tipo comunitario, e solo allora ciò che viene finalmente accettato come vero può passare anche nei manuali scolastici e diventare qualcosa che può essere di dominio pubblico, perché si insegna nelle scuole e i ragazzi già da molto piccoli imparano e studiano quelle verità, quella verità. Nel fare la verità, l’uomo tecnologico e l’uomo cibernetico svelano ancora intatta la loro natura di homo faber, in quanto artefici del loro proprio destino, protagonisti e soggetti primi della verità, intesa come senso e significato del mondo e della vita, a partire da quelle stesse attribuzioni da loro medesimi originate.


Tecnologia e valore

Per rendere possibile tutto questo, naturalmente c'è bisogno anche della tecnica, della tecnologia, e noi utilizziamo sempre più spesso oggi le moderne tecnologie informatiche che permettono alla verità o alla scienza di girare e di circolare sull'intero globo, ma soprattutto permettono di realizzare una comunicazione di tipo scientifico che porta poi finalmente a stabilire che cosa sia vero e che cosa non lo sia. E a definire, quindi, anche il valore della verità, con l’intento di scorgere un’escatologia, una teleologia, un fine di tutto questo processo, che generalmente però è sempre legato anche alla storicità dell'evoluzione del percorso scientifico, così come è legato alla storicità della vita umana. L'essere umano è un essere storico perché nasce, vive e muore, e quindi è destinato a scomparire. Come è destinato a scomparire e a finire l'uomo, è destinata a scomparire e a finire anche la civiltà di cui quell'uomo fa parte, con quel momento storico, quell'epoca. E dunque le verità che sono prodotte in una determinata epoca non potranno mai essere considerate dal punto di vista scientifico verità in assoluto, ma potranno al più essere considerate verità scientifiche di quell’epoca storica e soggette sempre ad essere riviste, superate e sostituite da altre verità scientifiche di chi verrà naturalmente dopo di noi.


Teleologia della vita umana

Dunque il confine, la teleologia, l'escatologia, ci fanno comprendere anche a cosa sia utile la verità, e se c'è un'utilità, se c'è un fine di quella verità che noi andiamo ad affermare. Generalmente però questo fine deve essere sempre relativo al fine della vita umana, che ha una fine, e che quindi non è un qualcosa che si estende all'infinito e al di fuori del tempo. Ma che termina con il finire della vita umana, che ha un fine proprio perché deve necessariamente avere anche una fine.


Il testo come documento

Le nuove tecnologie informatiche, l'intelligenza artificiale, non hanno allontanato l'uomo dalla scrittura portandolo magari come si pensava inizialmente ad aspetti della comunicazione che avrebbero interessato di più la verbalizzazione e il vocale o addirittura anche l'immagine, se per esempio pensiamo al mondo dei social soprattutto come Instagram ma anche tik tok, e se pensiamo a strumenti tecnologici quali per esempio il cellulare stesso. Al contrario, l'intelligenza artificiale, affermandosi, ha portato con sé il trionfo e l'implemento dell'attività della scrittura, della trascrizione, della registrazione, che sono diventate elementi fondamentali della nostra epoca ipertecnologica e che quindi non hanno fatto di questi strumenti, di questi ausili informatici che noi utilizziamo ormai quotidianamente, a partire appunto dal cellulare, il trionfo della comunicazione verbale oppure il superamento dell'immagine sul testo, ma hanno invece rappresentato l'implementazione del testo stesso.


Documanità

Oggi si può parlare di doc-umanità cioè di un'umanità che si forma a partire nel suo sociale dal documento, dalla scrittura. Il passaggio dall'analogico al digitale ha rappresentato difatti l'inversione tra la registrazione e la scrittura. Precedentemente nell'analogico prima si parlava e poi eventualmente si pensava a registrare quello che si era detto e scritto; il digitale rappresenta invece un'inversione di tendenza, perché prima di tutto ciò che noi diciamo e scriviamo viene registrato e naturalmente questo implementa il valore del testo, perché ciò che è registrato può essere sottoposto ad interazione cioè a ripetizione. Pensiamo soltanto a ciò che accade su youtube, un altro canale informativo che è esploso appunto negli ultimi anni. Tutto quello che è registrato lì naturalmente si può rivedere infinite volte e secondo Maurizio Ferraris l'iterazione, e cioè la ripetizione del testo o dell'audio o anche del video, tutto ciò che viene appunto registrato e che viene reiterato, cioè ripetuto potenzialmente infinite volte, dà luogo poi a quella che viene definita la capitalizzazione del sapere, della cultura o dell'informazione.


Capitalizzazione del sapere

Noi capitalizziamo non quando facciamo qualcosa, ma quando quel qualcosa che abbiamo fatto lo registriamo, lo scriviamo appunto, oppure lo mettiamo in un video da qualche parte online e quindi quel qualcosa lo possiamo rivedere insieme ad altri infinite volte. Ed è questa ripetizione, questa iterazione potenzialmente infinita della registrazione che dà luogo alla capitalizzazione del sapere, perché diffonde il messaggio, e noi sappiamo benissimo che ciò che compare online in qualche modo è destinato a non sparire più.


Cittadinanza digitale

Motivo per il quale tra l'altro ai giovani si danno anche delle indicazioni, potremmo dire etiche e deontologiche, di come si sta online. Si parla addirittura di una cittadinanza digitale, perché online non si può fare tutto quello che si vuole e non si può dire tutto quello che si vuole dire, non si può registrare e mettere in video tutto o almeno bisogna stare attenti ai contenuti, perché sono contenuti potenzialmente integrabili all'infinito. La differenza tra il mondo analogico e quello digitale è che se qualcuno nel mondo analogico avesse detto una sciocchezza, proprio il fatto che questa sciocchezza l'avrebbe pronunciata una sola volta, perché non sarebbe stata iterata e non sarebbe stata registrata, tutto sommato sarebbe finito lì. Ma nel mondo dello scripta manent, in cui appunto qualunque cosa si faccia online, essa resta in qualche modo indelebilmente registrata ed infinitamente iterabile, quella sciocchezza avrà una risonanza globale. E quindi conferirà poi l'emblema della stupidità a chi ha detto, o scritto, quella sciocchezza online, e in qualche modo questo errore segnerà più o meno a vita il suo autore. A questo punto bisogna stare molto attenti, forse anche molto più attenti di quanto non lo fossero i nostri antenati, i nostri progenitori, perché in fin dei conti le sciocchezze pronunciate nel mondo analogico morivano in qualche modo con chi le aveva pronunciate, mentre invece quando le sciocchezze vengono messe per iscritto, e quindi vengono ripetute potenzialmente all'infinito, perché sottoposte alla registrazione, esse diventano il simbolo di quello che siamo.


L’intelligenza artificiale ci rivela

L'intelligenza artificiale, dunque, non è qualcosa che ci aliena come esseri umani, ma è qualcosa che ci rivela, e come un altoparlante amplifica le cose che diciamo, le cose che facciamo nella nostra vita, nel nostro essere onlife, in quanto oggi noi testimoniamo il nostro stare al mondo nella misura in cui riusciamo ad essere presenti online. Se quello che noi facciamo onlife in qualche modo ci rivela, bisogna sostituire al concetto di alienazione quello di rivelazione, perché il modo in cui utilizziamo le tecnologie rivela quello che siamo noi e quindi rivela anche se siamo più o meno stupidi, quanto lo siamo, se lo siamo. Bisogna pensare all'intelligenza artificiale come ad una tecnica che in qualche modo è destinata ad accompagnare l'uomo, come la tecnica in generale, per tutta la sua esistenza sul pianeta terra.


La tecnica da sempre compagna dell’uomo

La prima cosa che abbiamo fatto per proteggerci dal caldo e dal freddo è stato coprirci, quindi utilizzare delle coperture, un abbigliamento, degli abiti appunto, che in qualche modo ci potessero proteggere dal freddo e dal caldo, e a proteggerci anche da quella vergogna che accompagna l'essere umano, che ha pudore nel mostrarsi nudo così come è in natura. L'uomo, quindi, non è mai vissuto allo stato di natura, perché da che mondo è mondo ha sempre avuto bisogno di un ausilio tecnico, la clava, o la leva di cui parlava Archimede, per sollevare il mondo. La sua mancanza di specializzazione, rispetto agli animali, che inizialmente era una debolezza, una fragilità, l'uomo è riuscito a superarla col pensiero, con la ragione, con l'intelletto, trasformandola in una dote, in qualcosa che poi è diventata un punto di forza, perché ha permesso all'uomo di adottare la cultura, quindi il mondo storico, il mondo sociale, che gli hanno consentito di superare tutti quei limiti che avrebbe avuto se avesse continuato a vivere in natura, esattamente come fanno invece tutte le altre specie animali. Se quindi allora l'intelligenza artificiale è qualcosa che ci rivela per quello che siamo, non dobbiamo avere paura della tecnica e soprattutto dobbiamo prendere atto del fatto che proprio perché la tecnica ci rivela come esseri umani, nel mondo sociale, nel mondo storico, nel mondo culturale, scientifico, artistico, e intellettuale in generale, è necessario fare attenzione a come ci si espone ed essere responsabili per se stessi e per gli altri.


L’uso della parola

La tecnica è soprattutto fondata sull'uso della parola. Quella parola che in un mio libro ho addirittura sottolineato proprio per il suo potere magico, perché i primitivi pensavano che l'uso della parola parlata e scritta fosse appunto una tecnica magica, fosse una forma di magia. E ciò è esattamente quello che in altri termini a mio parere dice Ferraris un po’ in tutti i suoi testi degli ultimi anni, quando appunto sostiene e scrive che la tecnica ci rivela, e poiché ci rivela come esseri umani, ci rivela a partire dalla parola, che naturalmente viene parlata, viene verbalizzata, viene pronunciata, ma viene soprattutto scritta. E qui torniamo proprio all'analisi che il Ferraris fa degli ultimi strumenti tecnologici appunto a partire dal telefonino fino ad arrivare ai più versatili iPad che sono un po’ computer e un po’ cellulare ma che l'unica cosa che non fanno è appunto di essere utilizzati come semplici telefoni. La comunicazione progressivamente è passata da una comunicazione di tipo verbale, orale, quindi fatta per esempio con una chiamata a voce a telefono, ad una comunicazione scritta, attraverso sms, chat di vario tipo, e attraverso i social media, che hanno favorito questo tipo di comunicazione, passando proprio dal mondo analogico a quello digitale, e quindi permettendo l'uso della scrittura in maniera esponenziale, così come anche la diffusione delle immagini.


Blog e vlog

Vi è poi ancora un altro fenomeno, che è quello della diffusione dei blog, che permettono ad una persona in qualche modo esperta di tecnologia informatica di scrivere il proprio diario online, fenomeno che poi si è andato sempre più evolvendo verso il vlog, cioè la mini clip, il video che viene postato sui social e che permette anche la registrazione del momento in cui la parola viene pronunciata, con l'immagine e il movimento. Possiamo parlare di Instagram o Facebook, ma l'ultimo social che ha rappresentato il trionfo del vlog è stato proprio Tik Tok, dove più o meno tutti in qualche modo hanno provato ad esporsi. Anche lì, se andiamo a scorrere le pagine di Tik Tok, ci rendiamo conto di come effettivamente le tecnologie siano sempre molto relative, perché non tutti i contenuti hanno lo stesso valore intellettuale e culturale, e si va dal balletto fatto dalla ragazzina di dieci anni alla foto postata dal macho adolescente, ad un discorso un po’ più coerente che ti fa magari un ragazzo adulto dell'università su un qualunque tema, fino ad arrivare a contenuti come quelli di Paolo Crepet o della dottoressa Bruzzone, quindi di veri e propri intellettuali della nostra epoca, criminologi e psichiatri. Ci sono anche dei vlog di Barbero che effettivamente ci fanno capire come si sia evoluto l'uso dei social e come diventi sempre anche più breve il contenuto che viene postato, proprio per non perdere in immediatezza, e poter catalizzare così, quanto più possibile, l'attenzione dei giovani. Questo è il mondo dei vlog, ma se pensiamo al mondo della scrittura abbiamo, come dice lo stesso Maurizio Ferraris, una proliferazione della lettera con gli sms, le chat, le email, e anche sui social c'è chi invia dei contenuti per iscritto, e chi ha l’abitudine di inserire ogni giorno almeno un breve post. E qui possiamo pensare anche all'uso di Twitter che permette appunto questi cinguettii, questi aforismi molto brevi ed immediati, che mirano a catturare all’istante l’attenzione dei lettori. Se pensiamo poi al mondo del pc, quello che noi produciamo ogni volta che ci mettiamo a tavolino a scrivere sono dei documenti di Word, quindi tutta l'umanità che passa attraverso la tecnologia rivela proprio la natura dell'uomo, che è appunto una natura che si fonda essenzialmente sulla comunicazione attraverso la parola, sia nella sua forma verbale che in quella scritta. E quello che sottolinea Ferraris è che la scrittura, che in epoche antiche era ritenuta veramente uno strumento prezioso per comprendere le culture del passato, diventa un'espressione fondamentale della nostra contemporaneità, dove tutto quello che noi produciamo sono dei documenti che mettono per iscritto la nostra vita e che quindi ci servono a ricostruire anche in epoche future quella che è stata la nostra vita di oggi, e che effettivamente fondano il nostro vivere sociale, perché tutto ciò che è scritto rappresenta una promessa, rappresenta un impegno, sostiene Ferraris, a partire dal matrimonio che è appunto una promessa che non ha luogo se non attraverso una scrittura quindi per via di un contratto. Ma anche se pensiamo alle scritture private, se pensiamo ai contratti di compravendita, cioè a tutte le transazioni, a tutti i passaggi, emerge che le relazioni umane, quando hanno veramente un valore sociale, devono avvalersi prima di tutto di una prova testimoniale scritta, e quindi sono certificate, perché devono essere documentabili, devono essere tracciabili. E la scrittura è la prima forma di registrazione che l'umanità abbia mai utilizzato. Motivo per il quale molti filosofi antichi - pensiamo per esempio al mito di Theuth in Platone - erano contrari all'uso della scrittura, perché sia Socrate che lo stesso Platone erano convinti giustamente, direi io, che tutto quello che veniva scritto diventasse in qualche modo immodificabile, perché registrato, e Socrate parlando diceva che se avesse cambiato idea non avrebbe potuto rappresentare quel cambiamento perché una volta che lui avesse scritto qualcosa quella scrittura sarebbe rimasta sempre tale per tutti e quindi le persone in qualche modo anche in futuro lo avrebbero giudicato per quello che lui avesse scritto. Ecco perché Socrate preferiva esprimersi verbalmente a parole, proprio perché per lui la filosofia è dialogo in quanto permette l'interazione e la comunicazione continua tra due interlocutori o tra almeno due interlocutori, e i parlanti devono avere la possibilità, entrando in comunicazione tra loro attraverso il dialogo, di poter cambiare idea. E questa cosa, secondo Socrate, era molto difficilmente rappresentabile attraverso la scrittura, nella quale generalmente chi scrive espone un proprio parere senza avere la possibilità di entrare in un confronto diretto con l'altro, e quindi di cambiare idea, nel corso dell’interlocuzione stessa.


Dialogo o scrittura?

Dialogare in maniera significativa, è cioè instaurare una vera e propria comunicazione nella quale ciascuno dei due si mette in gioco totalmente, disponendosi anche a cambiare idea e a modificare la propria opinione, la propria posizione rispetto a quell'argomento di cui si parla. Platone nel mito di Theuth ci rappresenta proprio la situazione di questo inventore, Theuth, un egiziano che si reca dal re Thamus per parlargli di questa sua nuova invenzione che è proprio quella della scrittura. Thamus inizialmente appare scettico rispetto a questa nuova tecnica proprio perché la sua prima preoccupazione è che la scrittura possa indebolire la memoria, perché nel momento in cui noi andiamo a prendere appunti andando a scrivere qualcosa ci alleggeriamo la memoria, abbiamo un pensiero in meno, ma è anche vero che poi l'uomo in questo modo perde questa facoltà che invece è importantissima e che quindi è bene conservare, proteggere e sviluppare. Non dimentichiamoci che nell'Umanesimo Rinascimentale molti filosofi della natura, tra l'altro filosofi maghi, per esempio lo stesso Pico della Mirandola che è uno dei maggiori esponenti dell'umanesimo rinascimentale con la sua Oratione de Hominis Dignitate, utilizzavano la mnemotecnica, per preservare la memoria e rafforzarla. Il tema della scrittura è dunque da sempre legato a quello della memoria, perché per scrivere dobbiamo avere memoria di quello che vogliamo dire ma anche perché la memoria che noi appunto vogliamo rinforzare, vogliamo preservare con l'utilizzo della scrittura, paradossalmente non viene indebolita ma ne esce rinforzata attraverso l’uso di questo strumento che costituisce un ausilio tecnico di tipo esterno alla mente umana, e che si configura come tale nella forma del documento e della registrazione di quello che noi scriviamo. Oggi i documenti sono innumerevoli, pertanto nessuna memoria umana potrebbe tenerli a mente. Ed è per questo che utilizziamo la tecnologia informatica, di cui non sapremmo ormai proprio farne a meno, che con i suoi enormi archivi ci consente di preservare la memoria di tutto quanto abbiamo registrato per iscritto, e realizzato fino a questo punto della nostra storia umana.


(articolo pubblicato su Pianeta Cultura, Anno XII, Dicembre 2025)


BIBLIOGRAFIA:

Antonello Bellomo, Antonietta Pistone, Il Comportamento Magico, Edizioni Wip, Bari 2021;

Maurizio Ferraris, Dove Sei? Ontologia del telefonino, Bompiani, Milano 2011;

Maurizio Ferraris, L’Imbecillità è una Cosa seria, Il Mulino, Bologna 2017;

Maurizio Ferraris, Fare la Verità, Il Mulino, Bologna 2022;

Maurizio Ferraris, Documanità, Laterza, Roma-Bari 2021;

Arnold Gehlen, L’Uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, 1940.


Classici del pensiero:

Agostino, Le Confessioni;

Aristotele, La Metafisica;

Platone, Il Mito di Theuth.

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