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    Antonietta Pistone
  • 8 feb
  • Tempo di lettura: 20 min

di Antonietta Pistone


La neotenia

Ormai siamo giunti nell'epoca in cui dall'homo sapiens sapiens si passa al cosiddetto homo technologicus, l'uomo tecnologico. In effetti già Arnold Gehlen pensava che l'uomo fosse naturalmente manchevole di supporti specialistici, e affetto dalla neotenia, un’infanzia prolungata, a differenza degli animali che invece vivono da sempre in una nicchia biologica predeterminata e che sono quindi specializzati a vivere in quell'ambiente naturale al quale in qualche modo la natura li ha consegnati. Gli animali, però, se portati da una parte all'altra del globo non possono sopravvivere - gli animali del polo non possono vivere all'equatore e gli animali dell'equatore non possono sopravvivere al polo. Gli animali, dunque, se costretti a vivere al di fuori della loro nicchia biologica, sono destinati alla morte o all'estinzione. L'uomo, secondo Gehlen, manca invece di specializzazioni, ed è proprio questo il motivo che lo rende aperto alla cultura, e quindi anche alla tecnologia, come supporto e come protesi delle proprie manchevolezze. Nello stesso tempo gli arti, attraverso gli strumenti e le tecniche, realizzano e potenziano delle capacità altrimenti non facilmente esprimibili.


L’uomo politecnico

L'uomo tecnologico, nell’evoluzione umana, è destinato a lasciare il passo all'uomo che entra in simbiosi con la tecnologia, per cui se l'uomo tecnologico fa uso della tecnologia, l'uomo simbiotico vivrà iperconnesso alle tecnologie fino ad evolvere nell'uomo singolare, che avrà anche addosso elementi di computing, per esempio sui vestiti, o che addirittura porterà sotto pelle degli inserimenti di chip e microchip, più o meno come si vede nei film di fantascienza. Quello che oggi viene definito l'uomo technologicus a mio parere potrebbe essere anche chiamato uomo politecnico proprio perché gli uomini primitivi, quelli che vivevano e abitavano le caverne, utilizzavano una clava - e quindi usavano strumenti molto più rudimentali come un bastone, poi successivamente la leva, la ruota, e il fuoco. Ma quando l'uomo si è evoluto, anche nella conoscenza delle tecniche, questi primi utensili molto rudimentali si sono sempre maggiormente raffinati fino a diventare quelle che oggi noi conosciamo come le odierne tecnologie informatiche.


Informatica e robotica

L'era informatica ha dato luogo primariamente alla creazione e successivamente allo sviluppo della macchina calcolatrice, del primo calcolatore elettronico. Pensiamo ad Alan Turing che negli anni cinquanta del Novecento fondava l'intelligenza artificiale, quindi la scienza dell'informazione. L'evoluzione di queste tecnologie informatiche ci porterà progressivamente sempre di più ad andare verso quelli che nei testi di Isaac Asimov venivano visti come dei veri e propri fatti di fantascienza, quando dall'uso della macchina, quindi dal pc, dal cellulare, dall’iPad, dal tablet ma anche dal palmare, si passerà a macchine sempre più piccole ma sempre più potenti fino ad arrivare all'automazione vera e propria. Oggi viviamo nell'era della quarta rivoluzione industriale, quindi nell'era in cui non c'è più l'industria capitalistica alla quale pensava Marx, ma c’è invece l’industria 4.0, con la meccanizzazione e la robotica, in cui le macchine industriali contemporanee sono automatizzate e robotizzate, e prodotte, programmate e controllate da ingegneri specializzati, piuttosto che da proletari alla catena di montaggio. E quindi la robotica e l'automazione sono entrate di diritto nell’attività produttiva di tipo industriale. Il futuro delle tecnologie informatiche viene invece anticipato come una vera e propria simbiosi tra l’uomo e la macchina, in cui l'uomo odierno, l’uomo politecnico, capace cioè di utilizzare gli strumenti, passa dall’uso degli utensili più rudimentali, che servono per arare e coltivare la terra, fino a quelli sempre più sofisticati ed evoluti dell’odierna rivoluzione digitale.


Dalla società rurale ad oggi

Non dimentichiamo che l'agricoltura ha rappresentato un momento molto importante dell'evoluzione umana anche perché ha reso possibile il passaggio dal nomadismo alla stanzialità dei popoli, dando poi impulso allo sviluppo di una vera e propria economia rurale, che comunque rappresentava quella tipologia di ricchezza legata alla terra, con le grandi proprietà terriere. Successivamente questo tipo di economia si è sviluppata con la rivoluzione industriale tra Settecento e Ottocento, dando luogo al trasferimento massiccio della popolazione dalle campagne alla città, e quindi permettendo, attraverso l'urbanizzazione, la trasformazione della civiltà rurale in civiltà industriale e capitalistica, caratterizzata dalle due classi sociali dei proletari e degli imprenditori, proprietari di fabbrica. Ma qui eravamo ancora all'epoca di Ford e della catena di montaggio, dell'organizzazione scientifica del lavoro, in cui però gli operai non erano specializzati e dovevano semplicemente svolgere un'attività ripetitiva, ma molto banale, stando alla macchina per tante ore al giorno. Dunque con Marx si parla di alienazione del lavoro perché l'uomo non riconosce più se stesso in quello che fa ma si riconosce piuttosto come un suppellettile della macchina, un qualcosa che sta lì a latere e che dà la possibilità alla macchina di continuare a produrre. Con le evoluzioni successive, si passa dalla catena di montaggio alla scoperta dell'energia elettrica e all’industria chimica, e poi alla nascita dell'informatica con la teoria dell'informazione, con Alan Turing intorno al 1956, e con la prima macchina calcolatrice, il grande calcolatore elettronico che inizialmente impiegava lo spazio di un’intera stanza, che poi è sempre diventato più piccolo e più potente, dal pc Commodore 64 fino al Mac per arrivare al desktop, al portatile, e adesso al palmare e agli orologi da polso, che sono computerizzati, ai tablet, agli iPad, e a tutti gli strumenti che ormai utilizziamo per lavorare, e che in futuro ci vedranno sempre più integrati e sempre più in simbiosi con la macchina, anche perché ogni lavoro ormai è automatizzato e dunque nulla si può fare senza la tecnologia e senza l'intelligenza artificiale.


L’uomo cibernetico

Questa simbiosi realizzerà in futuro l'uomo singolare, cioè l'uomo che in se stesso ingloberà la tecnologia, che in qualche modo se la porterà addosso, nelle trame degli abiti dei vestiti o nei chip messi sotto pelle, e che vivrà a sua volta in un ambiente completamente informatizzato perché la stessa casa, la stessa abitazione, o i luoghi di lavoro, diventeranno domotici. Oggi però possiamo parlare sicuramente di uomo politecnico, cioè dell'uomo che proprio perché ha riconosciuto questa sua atavica manchevolezza, questa sua condizione di bisogno, e soprattutto ha sperimentato sulla sua pelle all'epoca delle caverne la sua impossibilità a vivere nudo e a contatto diretto con la natura, ha sviluppato da quel momento in poi una serie di tecniche che in fin dei conti sono diventate tecniche di sopravvivenza e che ci fanno comprendere come effettivamente l'atteggiamento dell'uomo nei confronti dell'ambiente, l'interazione dell'uomo con l'ambiente naturale, sia stata dominata e caratterizzata dal sentimento della cura. Il prendersi cura della sua vita in qualche modo ha dovuto anche rappresentare il prendersi cura dell'ambiente circostante, e degli altri, del verificare il modo in cui l'individuo si potesse adattare all'ambiente in funzione di sopravvivenza e poi successivamente non solo di sopravvivenza - perché la giornata dell'essere umano non doveva consistere soltanto nella possibilità di salvarsi la vita, di proteggersi dalle intemperie più o meno severe della natura, oppure di sfuggire ad un inseguimento di un leone o di una tigre, ma avrebbe dovuto costituire la possibilità di sviluppare se stesso nella migliore e più completa delle maniere. E questa possibilità di sviluppare se stesso l'uomo l'ha appresa proprio costruendo oltre la natura, e potremmo dire sulla natura, un mondo sociale di relazioni in cui l'ambiente naturale in qualche modo è stato sostituito dall'ambiente artefatto e artificiale dell'uomo, che è diventato il mondo della cultura, della scienza, dell'arte, della religione, della politica e comunque del sapere e delle idee in generale. Mondo che però da subito si è comunque accompagnato anche all'utilizzo di tecniche più o meno rudimentali, che si sono andate affinando col passare del tempo fino a diventare sempre più evolute, sempre più sviluppate, sempre più potenti, sempre più efficienti, come l'attuale intelligenza artificiale, permeando di sé tutte le attività umane, da quelle più banali e quotidiane, del restare in vita, quindi in qualche modo del sopravvivere, fino al lavoro e alle relazioni sociali. Se pensiamo al cellulare, oggi esso è uno strumento che ci consente di costruire un mondo di socialità. Molti di noi utilizzano il cellulare costantemente per lavorare anche fuori dall'orario di lavoro, quindi questo ha determinato che il lavoro in qualche modo si mobilitasse, cioè non fosse più relativo al luogo di lavoro, alla scrivania, al computer, alla sedia, all'ufficio, ma che fosse perciò fluido, cioè che si potesse svolgere l'attività lavorativa anche utilizzando la messaggistica di whatsapp, oppure le mail, al di fuori dell'orario di lavoro. E, nello stesso tempo, nell'orario di lavoro l'utilizzo frequente del cellulare ha reso possibile anche il coltivare relazioni sociali che sono al di fuori del mondo di lavoro, della realtà lavorativa, perché non è infrequente rispondere a un messaggio su whatsapp anche mentre si è fisicamente presenti al lavoro. Questo spostamento ha rappresentato, nell'ambito dell'evoluzione tecnologica, un primo passaggio fondamentale da una catena meramente informativa, come ad esempio da strumenti come la radio oppure la tv, che erano comunque strumenti di medialità, ma unidirezionali, in cui il messaggio passa dalla fonte dell'informazione al suo fruitore, che però resta passivo davanti allo strumento, o che al massimo può cambiare canale facendo zapping, a strumenti sempre più interattivi, come ad esempio lo stesso computer con la rete di Internet e poi a tutte queste tecnologie informatiche, a cominciare dal cellulare propriamente detto. Chi oggi non ha un cellulare? Magari non tutti lavorano al pc, ma un cellulare bene o male ce l'hanno tutti. E costoro hanno la possibilità di inviare tutti insieme dei messaggi ai loro interlocutori. Quindi non solo la fonte del messaggio non è più una sola, o da uno verso molti, come nel caso dei mezzi più antichi della radio o della tv, ma il messaggio viene inviato da uno a molti, e da molti a molti altri, per cui attraverso il cellulare si realizza veramente una rete di comunicazione che alcuni autori, come ad esempio Maurizio Ferraris, dicono essere anche la causa e il motivo principale per la diffusione di quelle cosiddette fake news, o della post verità, cioè di un sapere che rimane poi in qualche modo confinato ad una nicchia di persone, ed è quindi relativo ad un gruppo, a volte anche abbastanza ristretto, che però comincia a diventare parte di quelle convinzioni, di quel gruppo, di quella nicchia di persone, di quella cerchia, spesso senza nemmeno confrontarsi in maniera critica con il resto della platea, della comunità, e in casi più eclatanti addirittura con l'ipotesi più accreditata a livello filosofico scientifico nel mondo intero. E quindi queste nicchie di sapere diventano poi fake news e postverità, come ad esempio la tendenza a vedere dei complotti nella storia, anche quando non ci sono, oppure l’essere portati a credere che il vaccino faccia male e che addirittura possa portare a delle modificazioni genetiche nel DNA, e quindi ci farà diventare tutti lupi mannari. Ecco, il passaggio è evidente, cioè il nostro mondo ideale, il mondo dei pensieri, il mondo delle idee di cui parlava Platone, se vogliamo, passa proprio attraverso il cellulare. Nel cellulare ci sono praticamente tutti i documenti, tutte le iscrizioni, tutte le relazioni sociali o lavorative della persona che possiede quello strumento, che quindi non è più uno strumento unidirezionale di informazione ma è divenuto uno strumento circolare di comunicazione, che però, non avendo una platea molto ampia per la conoscenza di determinate convinzioni, di conoscenze, e di sapere, rischia poi di produrre, ad esempio nell'ambito dei social network - dove si dice la qualunque e tutti si ritengono esperti di tutto - anche la generazione di quelle che sono appunto le fake news, cioè la postverità.


Verità e coscienza nell’era globale

La verità è invece un qualcosa che non si deve solo e semplicemente dire ma che prevede un movimento, un fare la verità, e quindi un divenire la verità anche da parte di chi la sta facendo, in quanto testimone, narratore e documentatore di quella verità. La verità non è qualcosa che si apprende dal mondo, il mondo che è fuori di noi e il mondo così com'è. Il mondo così com’è ce lo hanno lasciato, è il mondo così come lo abbiamo trovato. Se vogliamo pensare ad un'evoluzione storica e sociale bisogna passare dall'essere del mondo così come appunto è, l’ontologia del mondo, alla sua fenomenologia, che ci racconta del suo apparire alla coscienza, del suo entrare in relazione con il soggetto, con l'io che vuole conoscere il mondo. Ma al di là di queste relazioni, per fare la verità c'è bisogno di altro, c'è bisogno di chiedersi perché c'è quel mondo così come lo abbiamo trovato, e quindi c'è bisogno di passare dall'ontologia, attraverso la fenomenologia, alla metafisica delle note quattro cause di Aristotele. C'è bisogno cioè di costruire un sapere, di comprendere veramente quello che c'è, ed è quindi necessario che l'ontologia in qualche modo ci riconsegni come mondo quello che esiste attualmente e che si palesa come un oggetto rispetto a noi che siamo i soggetti della conoscenza, e quindi dell'atto conoscitivo. E nella relazione, quel mondo che ci è stato consegnato a livello ontologico - come ciò che c'è fuori di noi - diventa oggetto di un’epistemologia, cioè di un rapporto di conoscenza che si fa tra soggetto ed oggetto e che porta anche il soggetto ad interessarsi ad un determinato argomento, ad un determinato oggetto, ad una determinata questione, e che quindi ha due altri elementi fondamentali che sono l'interesse ma anche il tema del problema, e l'intenzionalità della coscienza - avrebbero detto Brentano ed Husserl - che si direziona verso l'oggetto della conoscenza. L'epistemologia è invece l'attività di produzione della conoscenza, ciò che noi chiamiamo scienza, sapere. E l'epistemologia ci consegna le conoscenze, cioè la gnoseologia. Ma tutto questo ancora non è sufficiente, perché il fare la verità non è qualcosa che si può realizzare da soli o in poche persone o in piccoli gruppi, altrimenti non facciamo la verità ma diventiamo produttori di fake news o di postverità. La verità, per essere tale, deve essere condivisa, comunicata ad una comunità scientifica, e se la comunità scientifica internazionale la accetta, questa verità può diventare qualcosa di cui possa fruire pienamente tutta la popolazione mondiale. Ma per arrivare a tanto bisogna iniziare a socializzare la conoscenza, la verità, e quindi a condividerla, a renderla pubblica, e per renderla pubblica c'è bisogno di documentarla, e quindi dalla produzione della verità si passa alla produzione della documentazione della verità in cui vengono scritti articoli, saggi, libri, e vengono fatti i convegni, ci sono incontri con scienziati e filosofi, cioè con tutta una comunità scientifica di ricerca che è pronta in qualche modo a condividere, o comunque ad argomentare, dibattere, mettere su una dialettica, rispetto a quella verità. Dopodiché deve raggiungere naturalmente un accordo scientifico di tipo comunitario, e solo allora ciò che viene finalmente accettato come vero può passare anche nei manuali scolastici e diventare qualcosa che può essere di dominio pubblico, perché si insegna nelle scuole e i ragazzi già da molto piccoli imparano e studiano quelle verità, quella verità. Nel fare la verità, l’uomo tecnologico e l’uomo cibernetico svelano ancora intatta la loro natura di homo faber, in quanto artefici del loro proprio destino, protagonisti e soggetti primi della verità, intesa come senso e significato del mondo e della vita, a partire da quelle stesse attribuzioni da loro medesimi originate.


Tecnologia e valore

Per rendere possibile tutto questo, naturalmente c'è bisogno anche della tecnica, della tecnologia, e noi utilizziamo sempre più spesso oggi le moderne tecnologie informatiche che permettono alla verità o alla scienza di girare e di circolare sull'intero globo, ma soprattutto permettono di realizzare una comunicazione di tipo scientifico che porta poi finalmente a stabilire che cosa sia vero e che cosa non lo sia. E a definire, quindi, anche il valore della verità, con l’intento di scorgere un’escatologia, una teleologia, un fine di tutto questo processo, che generalmente però è sempre legato anche alla storicità dell'evoluzione del percorso scientifico, così come è legato alla storicità della vita umana. L'essere umano è un essere storico perché nasce, vive e muore, e quindi è destinato a scomparire. Come è destinato a scomparire e a finire l'uomo, è destinata a scomparire e a finire anche la civiltà di cui quell'uomo fa parte, con quel momento storico, quell'epoca. E dunque le verità che sono prodotte in una determinata epoca non potranno mai essere considerate dal punto di vista scientifico verità in assoluto, ma potranno al più essere considerate verità scientifiche di quell’epoca storica e soggette sempre ad essere riviste, superate e sostituite da altre verità scientifiche di chi verrà naturalmente dopo di noi.


Teleologia della vita umana

Dunque il confine, la teleologia, l'escatologia, ci fanno comprendere anche a cosa sia utile la verità, e se c'è un'utilità, se c'è un fine di quella verità che noi andiamo ad affermare. Generalmente però questo fine deve essere sempre relativo al fine della vita umana, che ha una fine, e che quindi non è un qualcosa che si estende all'infinito e al di fuori del tempo. Ma che termina con il finire della vita umana, che ha un fine proprio perché deve necessariamente avere anche una fine.


Il testo come documento

Le nuove tecnologie informatiche, l'intelligenza artificiale, non hanno allontanato l'uomo dalla scrittura portandolo magari come si pensava inizialmente ad aspetti della comunicazione che avrebbero interessato di più la verbalizzazione e il vocale o addirittura anche l'immagine, se per esempio pensiamo al mondo dei social soprattutto come Instagram ma anche tik tok, e se pensiamo a strumenti tecnologici quali per esempio il cellulare stesso. Al contrario, l'intelligenza artificiale, affermandosi, ha portato con sé il trionfo e l'implemento dell'attività della scrittura, della trascrizione, della registrazione, che sono diventate elementi fondamentali della nostra epoca ipertecnologica e che quindi non hanno fatto di questi strumenti, di questi ausili informatici che noi utilizziamo ormai quotidianamente, a partire appunto dal cellulare, il trionfo della comunicazione verbale oppure il superamento dell'immagine sul testo, ma hanno invece rappresentato l'implementazione del testo stesso.


Documanità

Oggi si può parlare di doc-umanità cioè di un'umanità che si forma a partire nel suo sociale dal documento, dalla scrittura. Il passaggio dall'analogico al digitale ha rappresentato difatti l'inversione tra la registrazione e la scrittura. Precedentemente nell'analogico prima si parlava e poi eventualmente si pensava a registrare quello che si era detto e scritto; il digitale rappresenta invece un'inversione di tendenza, perché prima di tutto ciò che noi diciamo e scriviamo viene registrato e naturalmente questo implementa il valore del testo, perché ciò che è registrato può essere sottoposto ad interazione cioè a ripetizione. Pensiamo soltanto a ciò che accade su youtube, un altro canale informativo che è esploso appunto negli ultimi anni. Tutto quello che è registrato lì naturalmente si può rivedere infinite volte e secondo Maurizio Ferraris l'iterazione, e cioè la ripetizione del testo o dell'audio o anche del video, tutto ciò che viene appunto registrato e che viene reiterato, cioè ripetuto potenzialmente infinite volte, dà luogo poi a quella che viene definita la capitalizzazione del sapere, della cultura o dell'informazione.


Capitalizzazione del sapere

Noi capitalizziamo non quando facciamo qualcosa, ma quando quel qualcosa che abbiamo fatto lo registriamo, lo scriviamo appunto, oppure lo mettiamo in un video da qualche parte online e quindi quel qualcosa lo possiamo rivedere insieme ad altri infinite volte. Ed è questa ripetizione, questa iterazione potenzialmente infinita della registrazione che dà luogo alla capitalizzazione del sapere, perché diffonde il messaggio, e noi sappiamo benissimo che ciò che compare online in qualche modo è destinato a non sparire più.


Cittadinanza digitale

Motivo per il quale tra l'altro ai giovani si danno anche delle indicazioni, potremmo dire etiche e deontologiche, di come si sta online. Si parla addirittura di una cittadinanza digitale, perché online non si può fare tutto quello che si vuole e non si può dire tutto quello che si vuole dire, non si può registrare e mettere in video tutto o almeno bisogna stare attenti ai contenuti, perché sono contenuti potenzialmente integrabili all'infinito. La differenza tra il mondo analogico e quello digitale è che se qualcuno nel mondo analogico avesse detto una sciocchezza, proprio il fatto che questa sciocchezza l'avrebbe pronunciata una sola volta, perché non sarebbe stata iterata e non sarebbe stata registrata, tutto sommato sarebbe finito lì. Ma nel mondo dello scripta manent, in cui appunto qualunque cosa si faccia online, essa resta in qualche modo indelebilmente registrata ed infinitamente iterabile, quella sciocchezza avrà una risonanza globale. E quindi conferirà poi l'emblema della stupidità a chi ha detto, o scritto, quella sciocchezza online, e in qualche modo questo errore segnerà più o meno a vita il suo autore. A questo punto bisogna stare molto attenti, forse anche molto più attenti di quanto non lo fossero i nostri antenati, i nostri progenitori, perché in fin dei conti le sciocchezze pronunciate nel mondo analogico morivano in qualche modo con chi le aveva pronunciate, mentre invece quando le sciocchezze vengono messe per iscritto, e quindi vengono ripetute potenzialmente all'infinito, perché sottoposte alla registrazione, esse diventano il simbolo di quello che siamo.


L’intelligenza artificiale ci rivela

L'intelligenza artificiale, dunque, non è qualcosa che ci aliena come esseri umani, ma è qualcosa che ci rivela, e come un altoparlante amplifica le cose che diciamo, le cose che facciamo nella nostra vita, nel nostro essere onlife, in quanto oggi noi testimoniamo il nostro stare al mondo nella misura in cui riusciamo ad essere presenti online. Se quello che noi facciamo onlife in qualche modo ci rivela, bisogna sostituire al concetto di alienazione quello di rivelazione, perché il modo in cui utilizziamo le tecnologie rivela quello che siamo noi e quindi rivela anche se siamo più o meno stupidi, quanto lo siamo, se lo siamo. Bisogna pensare all'intelligenza artificiale come ad una tecnica che in qualche modo è destinata ad accompagnare l'uomo, come la tecnica in generale, per tutta la sua esistenza sul pianeta terra.


La tecnica da sempre compagna dell’uomo

La prima cosa che abbiamo fatto per proteggerci dal caldo e dal freddo è stato coprirci, quindi utilizzare delle coperture, un abbigliamento, degli abiti appunto, che in qualche modo ci potessero proteggere dal freddo e dal caldo, e a proteggerci anche da quella vergogna che accompagna l'essere umano, che ha pudore nel mostrarsi nudo così come è in natura. L'uomo, quindi, non è mai vissuto allo stato di natura, perché da che mondo è mondo ha sempre avuto bisogno di un ausilio tecnico, la clava, o la leva di cui parlava Archimede, per sollevare il mondo. La sua mancanza di specializzazione, rispetto agli animali, che inizialmente era una debolezza, una fragilità, l'uomo è riuscito a superarla col pensiero, con la ragione, con l'intelletto, trasformandola in una dote, in qualcosa che poi è diventata un punto di forza, perché ha permesso all'uomo di adottare la cultura, quindi il mondo storico, il mondo sociale, che gli hanno consentito di superare tutti quei limiti che avrebbe avuto se avesse continuato a vivere in natura, esattamente come fanno invece tutte le altre specie animali. Se quindi allora l'intelligenza artificiale è qualcosa che ci rivela per quello che siamo, non dobbiamo avere paura della tecnica e soprattutto dobbiamo prendere atto del fatto che proprio perché la tecnica ci rivela come esseri umani, nel mondo sociale, nel mondo storico, nel mondo culturale, scientifico, artistico, e intellettuale in generale, è necessario fare attenzione a come ci si espone ed essere responsabili per se stessi e per gli altri.


L’uso della parola

La tecnica è soprattutto fondata sull'uso della parola. Quella parola che in un mio libro ho addirittura sottolineato proprio per il suo potere magico, perché i primitivi pensavano che l'uso della parola parlata e scritta fosse appunto una tecnica magica, fosse una forma di magia. E ciò è esattamente quello che in altri termini a mio parere dice Ferraris un po’ in tutti i suoi testi degli ultimi anni, quando appunto sostiene e scrive che la tecnica ci rivela, e poiché ci rivela come esseri umani, ci rivela a partire dalla parola, che naturalmente viene parlata, viene verbalizzata, viene pronunciata, ma viene soprattutto scritta. E qui torniamo proprio all'analisi che il Ferraris fa degli ultimi strumenti tecnologici appunto a partire dal telefonino fino ad arrivare ai più versatili iPad che sono un po’ computer e un po’ cellulare ma che l'unica cosa che non fanno è appunto di essere utilizzati come semplici telefoni. La comunicazione progressivamente è passata da una comunicazione di tipo verbale, orale, quindi fatta per esempio con una chiamata a voce a telefono, ad una comunicazione scritta, attraverso sms, chat di vario tipo, e attraverso i social media, che hanno favorito questo tipo di comunicazione, passando proprio dal mondo analogico a quello digitale, e quindi permettendo l'uso della scrittura in maniera esponenziale, così come anche la diffusione delle immagini.


Blog e vlog

Vi è poi ancora un altro fenomeno, che è quello della diffusione dei blog, che permettono ad una persona in qualche modo esperta di tecnologia informatica di scrivere il proprio diario online, fenomeno che poi si è andato sempre più evolvendo verso il vlog, cioè la mini clip, il video che viene postato sui social e che permette anche la registrazione del momento in cui la parola viene pronunciata, con l'immagine e il movimento. Possiamo parlare di Instagram o Facebook, ma l'ultimo social che ha rappresentato il trionfo del vlog è stato proprio Tik Tok, dove più o meno tutti in qualche modo hanno provato ad esporsi. Anche lì, se andiamo a scorrere le pagine di Tik Tok, ci rendiamo conto di come effettivamente le tecnologie siano sempre molto relative, perché non tutti i contenuti hanno lo stesso valore intellettuale e culturale, e si va dal balletto fatto dalla ragazzina di dieci anni alla foto postata dal macho adolescente, ad un discorso un po’ più coerente che ti fa magari un ragazzo adulto dell'università su un qualunque tema, fino ad arrivare a contenuti come quelli di Paolo Crepet o della dottoressa Bruzzone, quindi di veri e propri intellettuali della nostra epoca, criminologi e psichiatri. Ci sono anche dei vlog di Barbero che effettivamente ci fanno capire come si sia evoluto l'uso dei social e come diventi sempre anche più breve il contenuto che viene postato, proprio per non perdere in immediatezza, e poter catalizzare così, quanto più possibile, l'attenzione dei giovani. Questo è il mondo dei vlog, ma se pensiamo al mondo della scrittura abbiamo, come dice lo stesso Maurizio Ferraris, una proliferazione della lettera con gli sms, le chat, le email, e anche sui social c'è chi invia dei contenuti per iscritto, e chi ha l’abitudine di inserire ogni giorno almeno un breve post. E qui possiamo pensare anche all'uso di Twitter che permette appunto questi cinguettii, questi aforismi molto brevi ed immediati, che mirano a catturare all’istante l’attenzione dei lettori. Se pensiamo poi al mondo del pc, quello che noi produciamo ogni volta che ci mettiamo a tavolino a scrivere sono dei documenti di Word, quindi tutta l'umanità che passa attraverso la tecnologia rivela proprio la natura dell'uomo, che è appunto una natura che si fonda essenzialmente sulla comunicazione attraverso la parola, sia nella sua forma verbale che in quella scritta. E quello che sottolinea Ferraris è che la scrittura, che in epoche antiche era ritenuta veramente uno strumento prezioso per comprendere le culture del passato, diventa un'espressione fondamentale della nostra contemporaneità, dove tutto quello che noi produciamo sono dei documenti che mettono per iscritto la nostra vita e che quindi ci servono a ricostruire anche in epoche future quella che è stata la nostra vita di oggi, e che effettivamente fondano il nostro vivere sociale, perché tutto ciò che è scritto rappresenta una promessa, rappresenta un impegno, sostiene Ferraris, a partire dal matrimonio che è appunto una promessa che non ha luogo se non attraverso una scrittura quindi per via di un contratto. Ma anche se pensiamo alle scritture private, se pensiamo ai contratti di compravendita, cioè a tutte le transazioni, a tutti i passaggi, emerge che le relazioni umane, quando hanno veramente un valore sociale, devono avvalersi prima di tutto di una prova testimoniale scritta, e quindi sono certificate, perché devono essere documentabili, devono essere tracciabili. E la scrittura è la prima forma di registrazione che l'umanità abbia mai utilizzato. Motivo per il quale molti filosofi antichi - pensiamo per esempio al mito di Theuth in Platone - erano contrari all'uso della scrittura, perché sia Socrate che lo stesso Platone erano convinti giustamente, direi io, che tutto quello che veniva scritto diventasse in qualche modo immodificabile, perché registrato, e Socrate parlando diceva che se avesse cambiato idea non avrebbe potuto rappresentare quel cambiamento perché una volta che lui avesse scritto qualcosa quella scrittura sarebbe rimasta sempre tale per tutti e quindi le persone in qualche modo anche in futuro lo avrebbero giudicato per quello che lui avesse scritto. Ecco perché Socrate preferiva esprimersi verbalmente a parole, proprio perché per lui la filosofia è dialogo in quanto permette l'interazione e la comunicazione continua tra due interlocutori o tra almeno due interlocutori, e i parlanti devono avere la possibilità, entrando in comunicazione tra loro attraverso il dialogo, di poter cambiare idea. E questa cosa, secondo Socrate, era molto difficilmente rappresentabile attraverso la scrittura, nella quale generalmente chi scrive espone un proprio parere senza avere la possibilità di entrare in un confronto diretto con l'altro, e quindi di cambiare idea, nel corso dell’interlocuzione stessa.


Dialogo o scrittura?

Dialogare in maniera significativa, è cioè instaurare una vera e propria comunicazione nella quale ciascuno dei due si mette in gioco totalmente, disponendosi anche a cambiare idea e a modificare la propria opinione, la propria posizione rispetto a quell'argomento di cui si parla. Platone nel mito di Theuth ci rappresenta proprio la situazione di questo inventore, Theuth, un egiziano che si reca dal re Thamus per parlargli di questa sua nuova invenzione che è proprio quella della scrittura. Thamus inizialmente appare scettico rispetto a questa nuova tecnica proprio perché la sua prima preoccupazione è che la scrittura possa indebolire la memoria, perché nel momento in cui noi andiamo a prendere appunti andando a scrivere qualcosa ci alleggeriamo la memoria, abbiamo un pensiero in meno, ma è anche vero che poi l'uomo in questo modo perde questa facoltà che invece è importantissima e che quindi è bene conservare, proteggere e sviluppare. Non dimentichiamoci che nell'Umanesimo Rinascimentale molti filosofi della natura, tra l'altro filosofi maghi, per esempio lo stesso Pico della Mirandola che è uno dei maggiori esponenti dell'umanesimo rinascimentale con la sua Oratione de Hominis Dignitate, utilizzavano la mnemotecnica, per preservare la memoria e rafforzarla. Il tema della scrittura è dunque da sempre legato a quello della memoria, perché per scrivere dobbiamo avere memoria di quello che vogliamo dire ma anche perché la memoria che noi appunto vogliamo rinforzare, vogliamo preservare con l'utilizzo della scrittura, paradossalmente non viene indebolita ma ne esce rinforzata attraverso l’uso di questo strumento che costituisce un ausilio tecnico di tipo esterno alla mente umana, e che si configura come tale nella forma del documento e della registrazione di quello che noi scriviamo. Oggi i documenti sono innumerevoli, pertanto nessuna memoria umana potrebbe tenerli a mente. Ed è per questo che utilizziamo la tecnologia informatica, di cui non sapremmo ormai proprio farne a meno, che con i suoi enormi archivi ci consente di preservare la memoria di tutto quanto abbiamo registrato per iscritto, e realizzato fino a questo punto della nostra storia umana.


(articolo pubblicato su Pianeta Cultura, Anno XII, Dicembre 2025)


BIBLIOGRAFIA:

Antonello Bellomo, Antonietta Pistone, Il Comportamento Magico, Edizioni Wip, Bari 2021;

Maurizio Ferraris, Dove Sei? Ontologia del telefonino, Bompiani, Milano 2011;

Maurizio Ferraris, L’Imbecillità è una Cosa seria, Il Mulino, Bologna 2017;

Maurizio Ferraris, Fare la Verità, Il Mulino, Bologna 2022;

Maurizio Ferraris, Documanità, Laterza, Roma-Bari 2021;

Arnold Gehlen, L’Uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, 1940.


Classici del pensiero:

Agostino, Le Confessioni;

Aristotele, La Metafisica;

Platone, Il Mito di Theuth.

  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 24 nov 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Il filosofo dei miti

Platone (427-347 a.C.) è stato uno dei filosofi più influenti dell'antica Grecia e una figura di grande importanza nella storia della filosofia occidentale. Era un allievo di Socrate, e gran parte del suo lavoro filosofico è costituito dai dialoghi, nei quali egli trascrive ciò che Socrate discuteva con i sofisti e con gli avventori dell’agorà di Atene, dove si fermava a dialogare con chiunque gli facesse delle domande. I temi trattati sono essenzialmente politici ma potevano riguardare qualunque altro aspetto della vita umana. Platone è noto per aver fondato l'Accademia, una delle scuole che ricordano oggi gli studi universitari, nella quale si studiavano prevalentemente la matematica e la dialettica filosofica, ma anche l’astronomia, la musica e la ginnastica.


Uno degli aspetti più distintivi del pensiero di Platone è la sua teoria delle Idee o Forme. Platone credeva che il mondo fisico che percepiamo con i nostri sensi fosse solo una copia imperfetta e mutevole del mondo delle Idee, che sono realtà eterne e immutabili. Ad esempio, secondo Platone, l'idea di uomo è eterna e perfetta, mentre i singoli individui che vediamo nel mondo fisico sono solo riflessi imperfetti di questa Idea universale.


Tra i suoi numerosi dialoghi c’è La Repubblica, il suo capolavoro, che riflette sul concetto di stato ideale e giusto, e il Fedone, che tratta del tema dell'immortalità dell'anima.


Platone è noto anche come filosofo dei miti, perché ha riscoperto il valore filosofico della narrazione immaginaria. Essi sono racconti che nascondono sempre un secondo livello di pensiero, più complesso e articolato della storia raccontata. Alcuni di questi sono:


1. il Mito della Caverna, che è il più conosciuto in assoluto, nel quale Socrate racconta la storia di alcuni prigionieri incatenati in una caverna sotterranea, che sin dalla loro nascita vedono solo le ombre degli oggetti proiettate sulle sue pareti da un fuoco più lontano, credendo che quelle siano la realtà. Quando uno di essi si libera risalendo in superficie scopre un altro mondo, illuminato dalla luce del sole, e comprende la verità delle ombre. Fa per scendere nuovamente nella caverna perché vuole raccontare ai suoi compagni ciò che ha visto, per liberarli dalla schiavitù delle apparenze, ma quelli credendolo pazzo tentano di ucciderlo. Il mito spiega allegoricamente la differenza tra il mondo sensibile, delle apparenze, e il mondo delle idee, o della verità, detto Iperuranio. Ma è anche una metafora del ruolo e della missione del filosofo, che proprio come Socrate rischia la vita per affermare la verità delle sue proprie idee.


2. Il Mito dell'Anello di Gige da La Repubblica, nel quale si narra di un anello che rende invisibile il suo possessore. Questo mito riflette sul valore dell’etica e sui comportamenti umani, che spesso rischierebbero di essere immorali se le persone pensassero, non viste, di poter sfuggire alle conseguenze delle loro azioni.


3. Il Mito di Atlantide, narrato nel Timeo e in Crizia, che narra di una città sommersa dall'acqua a causa della corruzione dei suoi abitanti.


4. Il Mito di Er nel decimo libro de La Repubblica, in cui Platone racconta la storia di un soldato di nome Er, morto in battaglia, ma poi resuscitato, che racconta la sua esperienza nell'aldilà. Questo mito affronta temi come l’immortalità dell’anima e le sue reincarnazioni.


5. Il Mito delle anime gemelle o degli androgini nel Simposio, in cui Platone racconta che gli esseri umani erano originariamente creature rotonde con quattro braccia e quattro gambe, che furono poi divise in due da Zeus, intimorito dalla loro potenza. Per questo motivo, le due metà sono destinate a cercarsi per tutta la vita, finché non si ritrovano per completarsi. Questo mito narra della forza di attrazione dell’amore erotico, sia nelle coppie etero che in quelle omosessuali.


6. Il Mito del Demiurgo nel Timeo, in cui Platone introduce il concetto di un dio plasmatore che dà forma all'universo. Il Demiurgo modella il cosmo sulla base delle idee eternamente esistenti, creando dalla materia informe un mondo razionale e ordinato.


7. Il Mito della Tripartizione dell'Anima o della biga alata, nel libro IV de La Repubblica, in cui Platone presenta una teoria della tripartizione dell'anima, che suddivide l'anima umana in tre parti: la ragione, la volontà e l'appetito. Questo mito viene utilizzato per spiegare la struttura dell'anima, composta da un auriga, che rappresenta la ragione, e che guida un carro composto da due cavalli, uno bianco, per l’anima irascibile, e uno nero, per l’anima concupiscibile.

  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 9 giu 2025
  • Tempo di lettura: 9 min

di Giucar Marcone

Prefazione al testo

Dietro la Porta è l'ultima pubblicazione in ordine di tempo di Giucar Marcone. Un libro di poesie che rappresenta un sogno di libertà, che si fa omaggio al futuro: a quello del tempo storico che è il tempo della vita e che si fa spazio dell'esistenza, e a quello dopo la morte, che varca il confine delle certezze per donare l'imponderabile attesa di una vita che si auspica non sia soltanto tutta qua. Le poesie rivelano l'animo di un poeta maturo e di un uomo sensibile, che ha vissuto e che si porta dietro il rammarico per il tempo ormai andato e a volte non pienamente afferrato, ma anche la nostalgia malinconica per quanto di bello ha provato nella sua vita. Un po’ come fare un bilancio impietoso di ciò che è stato, per volersi accomiatare con la coscienza tranquilla di aver fatto almeno il possibile per lasciare una traccia al suo passaggio nei libri e negli scritti, ma anche nelle persone che ha amato e che sono ancora in vita, perché molte di quelle se ne sono già andate via per sempre lasciandolo solo con i suoi ricordi. Giucar Marcone affronta in questo libro molti temi della vita come l'amore per la donna amata, la prima moglie scomparsa a causa di una malattia, della quale egli prova una nostalgia struggente. Il poeta non riesce in nessun modo a dimenticarla e questa donna è sempre presente nella sua interiorità, nei suoi pensieri più riposti, nei ricordi. Questo però non gli impedisce di andare avanti: Giucar ama ancora, ama di nuovo, e trova anche nel presente una donna che sa dargli la mano, che sa porgergli la sua spalla, che sa dargli quell'abbraccio che è ancora simbolo di un amore ritrovato. Giucar non resta fermo al passato, egli si spende per vivere la vita nel presente, ma soprattutto per costruire un futuro. Un futuro che è dietro la porta, del quale non si può sapere cosa sia esattamente, così come non si può sapere se dietro la porta dell'aldilà ci aspetta la vita eterna o se tutto finisce con la morte terrena. Allo stesso modo, dietro la porta è quel futuro che non abbiamo ancora vissuto, che ci attende dopo il presente, che per ora Giucar ha la curiosità di vivere, la curiosità di conoscere, mentre è completamente proiettato verso questa dimensione del futuro, desideroso di amare, desideroso di fare pace con se stesso e con la propria coscienza. E il tema della pace è un altro argomento molto importante di questo libro, che ritorna costantemente nelle poesie dedicate alla guerra. Guerre e conflitti, disgrazie terribili che mortificano il mondo attuale, e che secondo Giucar dovrebbero finire al più presto, perché la guerra lascia dietro di sé soltanto la desolazione, lo strazio e la distruzione, e spezza le radici dell'uomo nel passato, nel presente, e in qualche modo cancella il futuro. Quindi il tema della guerra è inevitabilmente connesso al tema della pace. Poi c'è quello della natura, altro problema sociale e politico molto urgente ai nostri tempi. La natura spesso viene deturpata o viene semplicemente turbata, come egli dice nella poesia in cui parla delle pale eoliche che in qualche modo cambiano la geografia e l'aspetto dei nostri territori più belli dei Monti Dauni e delle zone collinari, che ormai a vista d'occhio rappresentano un mare di pale eoliche dove la natura fa da sfondo e non è più la protagonista. L'uomo dovrebbe recuperare un autentico rapporto con se stesso in simbiosi con la natura. Il rispetto della natura, e in fin dei conti il rispetto dell'uomo per se stesso, è ovviamente rappresentato nell'uomo che ama, che desidera la pace. E quest’uomo non può non avere amici. E questi amici di Giucar sono tutti amici veri, non perché egli li veda costantemente nella sua vita quotidiana - molti di loro non ci sono più - ma perché con questi amici lui ha potuto stringere sodalizi intellettuali. La virtù dell'amicizia come la descrive Aristotele riesce a riportare in superficie il meglio di ciascuno di noi e Giucar si è abbeverato alle fonti della saggezza dei suoi amici editori, poeti e artisti, addirittura scrittori di teatro, docenti universitari, tutti amici e intellettuali che lui ricorda in una sua poesia in particolare con molta malinconia, con molta nostalgia, perché sicuramente queste amicizie gli hanno lasciato una grande eredità. Ma, purtroppo, questi amici sono scomparsi e quindi il poeta si sente solo. E questo senso della solitudine lo porta a trattare un altro tema profondamente importante dell'esistenza umana, che è quello della morte. Non si può parlare della vita senza parlare della morte, perché purtroppo l'uomo è destinato alla morte. La sua esistenza è breve, è un'esistenza caratterizzata dal passaggio su questa terra, delimitato tra il momento della nascita, del venire alla luce, dell'iniziare a vivere, e quello della morte. Il tema della morte è ricorrente nella silloge perché il poeta ormai maturo sente che comunque la sua vita per la maggior parte è trascorsa e quindi è come se egli volesse fare un bilancio della sua esistenza, e questo lo porta a riflettere sulle amicizie che se ne sono andate per sempre, sull’amatissima moglie che non c'è più. Il tema della morte si collega poi inevitabilmente anche al tema del tempo che non abbiamo in forma illimitata. Noi esseri umani abbiamo un tempo finito e soprattutto non sappiamo quanto tempo abbiamo, e quindi dobbiamo fare costantemente i conti con l'incertezza dell'esistenza, di questo presente che stiamo vivendo, ma anche di quel futuro che c'è dietro la porta. Di esso non sappiamo ancora precisamente nulla: cosa ci attende nella nostra vita terrena, perché il futuro non ci è dato di conoscerlo, e nemmeno in quella dopo la morte, perché non sappiamo se ci sarà un prosieguo di questa vita oppure se tutto finirà con il punto che la morte metterà alle nostre esistenze terrene. Quindi il tempo diventa una dimensione esiziale importantissima di questa raccolta di poesie, perché è proprio lo spazio che è destinato all'uomo di vivere. Ed è proprio nella poesia Speranze che mi sovviene Proust Alla Ricerca del Tempo Perduto. Le speranze sono quelle che si affacciano nei bilanci della vita ormai trascorsa, nei quali ci si accorge di non avere a volte speso bene il proprio tempo, e quindi di non aver vissuto appieno. ma di essercisi crogiolati in illusioni, in speranze tardive. Ecco, questa dimensione dell'illusione, di attesa, del sogno e della veglia torna anche molto spesso nelle poesie, perché il poeta se da un lato ama sognare dall'altro lato molto spesso si costringe a vivere. Perché pensare non è vivere e perché è giusto vivere piuttosto che pensare. Un altro tema ricorrente, che io direi si sposa molto bene con questa dimensione del tempo, della riflessione, della nostalgia, è quello dell'infanzia di Giucar, che torna spesso nei luoghi della sua vita, della sua esistenza, di Poggio Imperiale. Torna spesso nel ricordo del nonno, nel ricordo dell'ultracentenaria di Poggio Imperiale, che rappresenta un po’ la storia del paese. E torna anche quando questo passato viene ricordato con una sorta di nostalgia, non solo per il tempo ormai andato, ma soprattutto per quel modus vivendi che rappresenta quel passato e che oggi non esiste più, che oggi sembra completamente bypassato da un progresso, da una civiltà, da una tecnologia che non sempre sono meritevoli di rappresentare una vera e propria forma di evoluzione umana. In quanto spesso, per esempio, nelle relazioni si è perso il gusto del dialogo, dell'incontro faccia a faccia con la presenza dell'altro. Giucar fa questo bilancio sul tempo, sulla vita, sull'esistenza umana, ma anche su quei ritmi lenti della vita del passato, anche attraverso le memorie della guerra, e degli sfollati. In alcuni luoghi - come ad esempio Motta Montecorvino – il tempo è ancora scandito dal rintocco delle campane, proprio come avveniva una volta. Il poeta si rende conto che bisogna incominciare a riflettere sul presente, su quello che è stato, che è stata la sua vita, ma è stata anche in qualche modo la storia dell'umanità, precaria e fragile, che deve fare i conti con il limite, con la malattia, con la morte, ma che può scegliere tra il bene e il male. E Giucar si chiede come sia mai possibile che l’uomo scelga il male la maggior parte delle volte. Scelga la guerra piuttosto che la pace o l'amore. E tutto questo lo porta proprio a concludere con due riflessioni importantissime. Una sul coraggio di osare, perché osare è vivere, e chi non varca il confine delle proprie certezze, della propria comfort zone, non può dire di aver vissuto pienamente la sua propria esistenza. Viene in mente la figura dell'emigrante, che osa di andare lontano, di abbandonare quel poco che ha, nella speranza di trovare un futuro migliore. Ma è possibile anche un'altra riflessione sull'uso del tempo, che è per esempio quella che fa Seneca nel De Brevitate Vitae in cui scrive che la vita è breve, e che per questo va vissuta pienamente. Ma non tutti purtroppo spendono il proprio tempo in maniera dignitosa e decorosa e quindi molti giungono alla morte come se non avessero vissuto davvero, come se avessero vissuto passando solo sulle cose, sulla loro storia, senza essere mai approdati alla verità. Una verità che non si conquista attraverso il lavoro inteso come fatica, tanto che anche il tema delle morti bianche è un tema segnalato in queste poesie. Perché la vita vissuta in maniera monotona, il quotidiano vissuto in questo modo, rappresenta una gabbia per l'uomo dalla quale Giucar vuole fuggire assolutamente, lasciandosi dietro anche la solitudine che in qualche modo si accompagna con questa vita quotidiana, nella quale il senso non c'è perché non viene nemmeno ricercato. E allora ecco che è importante fuggire verso la natura, perché anche la vista del mare d'autunno, con tutto il suo incantevole fascino dell'incontaminato, prima dell'arrivo dell’estate successiva può, col suo solitario silenzio, destare nell'animo umano delle riflessioni più mature e più consapevoli sul destino e sul senso della vita. Quando invece Giucar guarda a tutto quello che ha fatto l'uomo all'ambiente, agli altri, a se stesso, dal punto di vista della cura della natura, di cui non si è fatto punto carico, ma sulla quale ha impresso delle ferite, degli abusi vandalici, ecco allora che, nonostante tutta questa nostalgia, al poeta viene di ricordare proprio la morte di Cristo in croce e il sacrificio da Lui fatto per redimere l'uomo, che se guardato dalla prospettiva dell’oggi sembra, non sia servito a nulla perché in fin dei conti l'umanità è allo sbando. E quella storia in qualche modo è costruita non solo nei documenti, negli scritti, ma potremmo dire nel territorio, nella pietra, come accade quando il poeta osserva le cave di Apricena, in cui esalta la pietra come antologia del passato che scrive la storia della terra di Puglia. In questo paesaggio disegnato dalla presenza delle cave, la terra parla di noi e parla di noi dal punto di vista del territorio, della geografia, di come noi l'abbiamo ridisegnata, ma anche dal punto di vista sociale. Oggi le nostre terre sono occupate dagli immigrati i quali si affidano a questi viaggi della speranza che però spesso diventano anche viaggi della morte, su barconi troppo affollati che si inabissano nel Mediterraneo, facendo dei nostri mari immensi cimiteri acquatici. E qui il tema della morte si accompagna alla riflessione sul mese dei defunti. A Novembre ci sono alcune giornate dedicate alla visita dei cimiteri, e questi morti che nessuno ricorda per tutto il resto dell'anno, per cui i cimiteri sono generalmente vuoti e silenziosi, si popolano di luci, di fiori, di presenze anche rumorose, chiassose, soltanto in quei giorni nei quali sembra quasi che tutti si vogliano ricordare dei defunti per poi dimenticarseli per tutto il successivo anno dal giorno dopo. Un'altra piaga della nostra contemporaneità, che fa dire a Giucar che forse Gesù Cristo è morto in croce invano, è il grido che il poeta innalza contro il femminicidio: una ferita dei nostri giorni che si ripete nelle cronache con sempre maggiore frequenza, ma che nello stesso tempo rappresenta proprio un inno alla libertà, alla dignità di tutte le donne, così come di ogni altro essere umano. Ecco che allora dietro la porta c'è il dopo, quello che ancora non è dato di vedere e di scorgere agli umani. Dietro la porta c'è il futuro, con le sue incertezze ma con la sola unica certezza della morte, che pone fine ad ogni vita. E allora dietro la porta dopo la morte cosa c'è? Il nulla? O è dato ancora di sperare perché la vita possa avere un senso che si compie nell'altrove, nell'aldilà? Questa è la grande domanda metafisica ed esistenziale che attraversa per intero questo libro in ogni sua pagina. Cosa resta quindi del vivere? Resta l'amore, l'affetto, la relazione con l’altro. Il gusto di vivere la vita pienamente, intensamente, senza perdere il proprio tempo, perché non sappiamo quanto ne abbiamo ancora. Resta l'amore per i luoghi, non soltanto come nostalgia dei tempi andati, ma anche in quanto rappresentazione del presente della propria vita e della realtà. Se una delle prime poesie viene dedicata proprio al tema della malattia e della vecchiaia, abbiamo la possibilità di addolcire il nostro tempo attraverso i libri, che sono comunque nostri grandi amici silenziosi. Abbiamo la possibilità di continuare ad amare, e di continuare a coltivare, attraverso la nostalgia dei tempi andati, un rapporto solido con le radici dei luoghi che abitiamo. Nella poesia intitolata Biccari traspare l'amore per un luogo antico, sito sui Monti Dauni, dove l'autore ha la sua dimora di pace. E questo amore si fonde con l'amore per tutti i siti incantevoli, nei quali la natura vive ancora intatta ed incontaminata, che però sono purtroppo abbandonati dai loro figli più giovani, spesso costretti ad emigrare nelle grandi città del nord per trovare un posto di lavoro, lasciando il paese natio con la stessa nostalgia che proverebbero se si stessero allontanando dalla loro propria madre. Resta il presente, resta il vivere pienamente il tempo che ci è dato, perché solo questo può dare senso al passato e rendere vivo il futuro. Grazie Giucar per questo bel lavoro, che in qualche modo ci invita a riflettere ancora una volta sul senso della vita e dell'esistenza in un mondo nel quale si vive come capita, senza farsi più domande, senza più poesia.


Antonietta Pistone

Foggia, 21 aprile 2025

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