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  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 30 apr 2024
  • Tempo di lettura: 5 min


L’idea filosofica che Maurizio Ferraris enuncia e propone nel suo testo del 2012, il Manifesto del Nuovo Realismo , è che vi sia un andamento, nella storia del pensiero filosofico , che si possa sinteticamente esprimere come pensiero contemplativo, nella filosofia antica; come costruzione delle certezze, nella filosofia moderna; come decostruzione del sapere, nel pensiero contemporaneo e postcontemporaneo. E che vi sia, nell’attualità, il bisogno di una ricostruzione, meno ingenua e più critica del passato, che assurga ad un nuovo Illuminismo del pensiero, auspicabile per la nostra epoca.

Ciò che rende, a mio modo di vedere, questo scritto un grande libro, è però la tesi di fondo che è sottesa a tutta la logica argomentativa, che esplicita le ragioni per un nuovo realismo del pensiero, rivoluzionario rispetto al non ci sono fatti, ma solo interpretazioni di nietzscheana memoria. Espressione che, a parere del Ferraris, ha fatto da sfondo a tutta un’epoca culturale, come quella del postmoderno, e della post-verità, dando adito a quel tutto è possibile, che diventa terreno fertile dei grandi inquisitori della storia umana.

Nel difendere questa rinnovata fiducia umana nella ragione, Ferraris sostiene proprio l’inemendabilità dei fatti, che esistono, eccome, nella loro oggettività, e che costituiscono il presupposto ineludibile della realtà e della verità.

È necessario, pertanto, ritornare all’Ontologia, o quanto meno al qualcosa c’è…di inemendabile. E questo inemendabile costituisce, appunto, l’attrito del reale, l’oggetto del non io che mi si oppone.

L’Ontologia, dunque, segna anche il confine dell’interdizione, dove non tutto è permesso, perché non tutto è possibile. E questa presa di coscienza esplicita il limite invalicabile, l’argine che non può essere superato. Come a dire che il re è nudo, e non c’è niente che si possa dire o fare per provare che sia vero il contrario.

L’Ontologia, come affermazione dell’inemendabilità del reale, non può essere confusa e sovrapposta alla Gnoseologia, come possibilità di conoscere il ciò che c’è o che è, nella realtà. E meno che mai può essere dichiaratamente ritenuta un articolo di fede teologica, perché la Teologia si occupa di Dio e di ciò che Lui è. Laddove l’Ontologia non necessariamente riconosce l’Essere in Dio o nella divinità in generale. Perché per l’Ontologia anche un oggetto è ciò che c’è ed è, al tempo stesso, un qualcosa.

La differenza tra l’ambito ontologico e quello gnoseologico viene ad essere evidenziata, dal Ferraris, soprattutto quando fa riferimento alla malattia, come ciò che c’è - si prenda in considerazione ad esempio il covid 19 - e quello che la medicina scientifica ne sa. Se ricordiamo le prime fasi del virus, e della pandemia da covid19, l’intera comunità scientifica internazionale si trovava proprio nell’impasse derivato dallo iato profondo tra la realtà del virus e della sua diffusione rapida e letale, nella popolazione, e le conoscenze degli infettivologi per poterlo sconfiggere e renderlo, così, innocuo alla vita umana.

La malattia esiste, ontologicamente, anche se io non la conosco, epistemologicamente. Ma i medici accertano l’esistenza della malattia non per accettarla, ma per conoscerla, gnoseologicamente, curarla, e sconfiggerla del tutto, laddove è possibile. Il Realismo è, perciò, critico e pragmatico, allo stesso tempo, in quanto guarda criticamente al reale, cercando di intervenire per agire il cambiamento dove è necessario.

Questa consapevolezza, di un realismo critico e pragmatico, ad un tempo, mi ha personalmente aiutato, in pandemia, ad affrontare con più equilibrio e maggiore lucidità mentale il covid19. Ero certa che la nostra ignoranza della malattia, o il solo fatto di volerla negare, o dimenticare, non fosse sufficiente a farla scomparire. E mi convincevo che il covid non smetteva di esistere soltanto perché io non volevo vederlo, o perché ci fosse qualcuno, come i negazionisti, che non ne accettassero la realtà vera.

Ci sono fatti che sono indipendenti dalla volontà dei singoli con i quali, sebbene non desiderandolo, ci troviamo, obtorto collo, a dover fare i conti. Con l’espressione realtà intendiamo gli oggetti reali (naturali o artefatti), e i fatti della storia, o gli eventi naturali. Accanto agli oggetti reali – i fatti – vi sono anche gli oggetti ideali, cioè tutte le costruzioni culturali del sapere umano (compresa l’IA), che costituiscono oggetti sociali e di relazione tra gli esseri umani. Ferraris sostiene che questi oggetti ideali fondano la documanità, essendo caratterizzati da quella enorme mole di documenti che l’intelligenza artificiale è ormai in grado di custodire nei suoi data base. E quindi anche questi oggetti ideali, o sociali, sono reali, e costituiscono dei fatti, in quanto tali inemendabili, della nostra realtà sociale e dell’esperienza di vita.

Va, però, mantenuta la distinzione tra gli oggetti reali, come il mondo della natura, che sono indipendenti dall’umano; e gli oggetti culturali o ideali, che costituiscono sempre delle costruzioni umane, prodotti del sapere e della conoscenza scientifica, ma anche dell’arte e della religione, che in quanto tali sono profondamente dipendenti dall’uomo.

Sebbene anche queste forme di sapere, in quanto prodotti storici, perciò documentabili, non siano nient’affatto meno certi di quelli reali. Ma costituiscono, essi stessi, dei fatti.

L’Ontologia del Nuovo Realismo riconosce, pertanto, un’inemendabilità al mondo della natura, ed una documentalità a quello della cultura, ammettendo l’esistenza dei fatti contro le interpretazioni della post verità e del pensiero debole.

Il postmoderno ha ricevuto il suo totale avallo dal prospettivismo e dal nichilismo di Nietzsche, come già dall’Empiriocritismo kantiano e dall’Idealismo hegeliano, che gli avevano aperto la strada. Si fanno avanti, così, la fine della storia e della metafisica, l’etica del desiderio e l’idea della verità come interpretazione. Caratteri del pensiero che hanno segnato il relativismo di tutta la storia del Novecento.

Riandare ai fatti, per riaffermare il valore dell’oggettività e la rinnovata fede nella ragione critica e pragmatica, per un Nuovo Illuminismo, è il compito del Nuovo Realismo e dell’Ontologia, che si conferma il primus movens della ricerca filosofica, come analisi dei fondamenti in senso forte, e primo, alla stessa maniera in cui Aristotele la riteneva possibile nella sua Metafisica.

Ed io concordo pienamente con Maurizio Ferraris. Perché ritengo che oggi non sia possibile fare filosofia se non riandando ai fatti, all’oggettività, al senso forte della ricerca che, come lo stesso Kant ricordava nell’incipit della sua domanda iniziale è, primo di tutto, una ricerca di tipo metafisico, cioè una ricerca dei fondamenti e delle cause prime di tutto il reale. E quella domanda che si rifà implicitamente al che cosa è questo? È un’interrogazione sull’essere, ed è dunque un’ontologia del reale. Che non sempre coincide con la gnoseologia, o epistemologia, intesa come ciò che sappiamo e conosciamo attorno a ciò che c’è. Ogni epistemologia è una costruzione paradigmatica della realtà ontologica dei fatti, nudi e crudi, presi così come appaiono, o si manifestano, in natura e nella realtà. Ma non si può pretendere che un modello conoscitivo, o scientifico, della realtà, corrisponda ad una rappresentazione oggettiva, ed in quanto tale, ontologica, della realtà stessa. Sebbene, almeno per quanto riguarda il mondo scientifico, la comunità internazionale esprima un assenso a considerare alcune verità leggi e teorie scientifiche accreditate a livello planetario, almeno nel momento storico in cui viene loro accordato l’assenso globale degli scienziati.


Bibliografia:

  1. M. Ferraris, Manifesto del Nuovo realismo, Editori Laterza, prima edizione Roma-Bari 2012.

  2. M. Ferraris, Il Pensiero in Movimento ed Il Gusto del Pensare, volumi 1,2,3, prima edizione, Paravia Editore, Milano-Torino 2019.

  3. F. Dostoevskij, La Leggenda del Grande Inquisitore.



  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 29 apr 2024
  • Tempo di lettura: 4 min


Dove Sei? Ontologia del Telefonino , è un testo quanto mai attuale, che prova ad individuare un senso ed un significato che possa collocare, in modo filosofico, nel mondo attuale, un oggetto commercializzato e abusato, quale è oggi il cellulare. La tesi sostenuta da Ferraris, è quella per la quale il mondo è costituito da soggetti, conoscenti, e da oggetti, che possono essere conosciuti. Ogni relazione umana col mondo si costruisce a partire dalle possibili interazioni significative, perché dotate di senso, tra un soggetto ed un oggetto. Quindi, per approfondire la natura di queste possibili relazioni, è necessario indagare, anche, la natura degli oggetti conoscibili. Secondo il Ferraris, gli oggetti possono essere distinti in tre categorie fondamentali. Esistono gli oggetti reali, interrogati dall’ontologia filosofica; gli oggetti ideali, studiati dalla gnoseologia; e gli oggetti sociali, che rappresentano tutte le implicazioni possibili tra gli oggetti nominati in precedenza. L’oggetto reale è la cosa in quanto tale; nel nostro caso il telefonino vero e proprio. L’oggetto ideale è il mondo dei pensieri e delle idee che il telefonino custodisce, riproduce, e conserva. Perché, può sembrare strano, ma la multimedialità ha, ormai, stravolto il fine ultimo del cellulare che viene utilizzato, anche, ma non solo, per parlare. La sua finalità non è più, difatti, quella di avere unicamente una conversazione telefonica. Col cellulare si scambiano messaggi, foto e video; ci si collega ad internet; si approcciano gli amici sui social network; si cerca un partner collegandosi ad un sito di incontri; si va su Google per accedere al mondo dell’informazione online; si leggono i giornali; si spediscono e si ricevono le mail. Il suo uso, multitasking, va da un utilizzo professionale, ad uno di tipo sociale, per contattare amici e parenti, fino ad un uso più strettamente personale, che serve a coltivare le proprie relazioni sentimentali, con chi ci sta più a cuore. Dunque, sostiene Ferraris, il telefonino serve, soprattutto, per scrivere, e per memorizzare, per lasciare traccia, per conservare e trasmettere. Potremmo dire, a buon diritto, che il parlare a telefono è diventato, ormai, solo un complemento supplementare, e non certamente prioritario, dell’uso che noi facciamo del cellulare. Il telefonino svolge, attualmente, il ruolo una volta tipico delle antiche iscrizioni, dei primi testi, o frammenti, rinvenuti dagli studiosi, che hanno poi successivamente permesso la ricostruzione di intere epoche storiche. A cominciare dai graffiti, fino ai papiri egiziani, ai frammenti dei primi filosofi presocratici, ai documenti e ai testi, che costituiscono una preziosa fonte diretta dei fatti avvenuti nel corso del tempo. Senza questo tipo di documentazione, nessuna storia umana sarebbe stata possibile. Forse, in futuro, per ricostruire la nostra epoca, saranno studiati i tabulati telefonici, come una volta venivano lette e tradotte le antiche iscrizioni. Già lo si fa, in effetti, quando si vuole indagare su qualche fatto oscuro, come un delitto o un crimine, nella nostra quotidianità. Perché il cellulare misura anche i nostri spostamenti, ed è in grado di riferire dove eravamo, disegnando un percorso che parla per tutti noi, suoi utenti e fruitori. Queste funzioni, nel loro insieme, fanno perciò del telefonino anche un oggetto sociale. Perché ci danno la possibilità di scambiare informazioni, di dialogare, e di scrivere notizie ad amici e parenti, oltre che a colleghi di lavoro. Rappresentando la mappa dei nostri rapporti, e delle relazioni che intrecciamo, ogni giorno, col mondo circostante. Il telefonino è, probabilmente, il solo mezzo che possa fungere, al tempo stesso, da oggetto reale, oggetto ideale, e oggetto sociale. Nemmeno i pc e gli ipad sono così versatili. La potenza filosofica di questi piccolissimi mezzi di comunicazione è enorme, non va sottovalutata, e nemmeno sminuita, banalizzando il loro uso. Il cellulare, lo vogliamo o no, ha ormai cambiato la nostra vita, modificando profondamente il nostro modo di comunicare, velocizzandolo, ma anche, per certi versi, imbarbarendolo (si pensi alle faccine per esprimere la mimica degli stati d’animo, o a tutte le forme di abbreviazione utilizzate, che stanno cambiando l’uso che facciamo della nostra lingua). Sottovalutare il telefonino, però, vuol anche dire non voler vedere il suo valore e significato. Negare il peso sociale, e filosofico, della sua portata. Il telefonino ormai esiste. E ha cambiato del tutto le nostre esistenze. Divenendo un oggetto di riflessione filosofica. Facciamo bene a capire questa verità. Indagandola a fondo. E accettandola. Senza fare finta che non esista. O credendo di poterla eludere con le sbrigative, e retoriche, critiche che quotidianamente, ma altrettanto banalmente, rivolgiamo al mondo della comunicazione multitasking. L’incontro faccia a faccia è sempre, e comunque, da preferire. Rimane, però, la portata rivoluzionaria di un mezzo di comunicazione a tutto tondo, che permette di interagire, in qualunque momento, da un estremo all’altro della terra, senza doversi spostare di un centimetro dalla propria sedia. Il palmare, quanto a velocità ed efficienza della comunicazione, è ancora più potente del pc. E stiamo attenti a distrarci, perché, se dimentichiamo incustodito il nostro cellulare, rischiamo di passare informazioni riservate sulle nostre vite agli indiscreti di turno. Parecchi dei quali le avranno, in ogni caso, a loro disposizione dopo la nostra ultima e definitiva dipartita.


Concordo con Maurizio Ferraris, sulla portata e sulla potenza di questi sempre più piccoli e versatili strumenti. Non accetto l’abuso che se ne fa nella socialità. Sempre più spesso mi capita di vedere luoghi di aggregazione o di attesa – studi medici, scuole, stazioni dei mezzi di trasporto – i cui spazi siano occupati da gente completamente immersa nello schermo del cellulare, incapace di guardarsi in faccia per dare inizio ad una conversazione. Io stessa, in aula, faccio molta fatica a poter instaurare un dialogo con alcuni miei alunni, particolarmente abituati ad un uso smodato del mezzo di comunicazione che, piuttosto che facilitare l’interazione con l’altro, finisce per essere di ostacolo e di nocumento alla relazione.


L’intelligenza artificiale è, oggi, ampiamente utilizzata anche per scopi didattici, ma non bisogna mai dimenticare che l’apprendimento si fonda sempre su un’esperienza diretta e reale nel contesto di riferimento, e che non può mai prescindere da una socialità viva e diretta, in presenza ed in prima persona.


La tecnologia è un ausilio alla scienza, e tale deve rimanere. Non può tramutarsi in una facile scusa per nascondersi dietro uno schermo e rinunciare al contatto vero, fatto di carne, di sguardi e, perché no, anche di odori, con l’altro essere umano.


Bibliografia:

  1. M. Ferraris, Dove Sei? Ontologia del Telefonino, Bompiani, Milano 2011.

  • Immagine del redattore: Antonietta Pistone
    Antonietta Pistone
  • 5 apr 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 29 apr 2024




Imparare a vivere…Ad un certo punto del tempo bisogna domandarsi se esistono ricette giuste per farlo, e per farlo nel migliore dei modi. Se c’è una prescrizione del come vivere, e di come apprendere a farlo per vivere bene. Ma esiste un modo univoco? Una sola maniera per tutti? Un afferrare la vita come fosse un concetto universale? Come un consiglio da manuale? Il tempo della riflessione è anche quello del silenzio…della vita vissuta come il nuotare dei pesci che ignorano cosa sia l’acqua….dell’inciampo su quella domanda fondamentale che nasce dalla crisi, proprio nel momento in cui è più facile accorgersi di essere in un corpo quando il corpo duole, si ammala, invecchia…Il tempo della vita matura, che si ripiega su se stessa e si pone la domanda sul fine e sulla fine…Perché, si può riparare una vita? Una vita sbagliata, una vita persa, una vita smarrita? Cosa significa vivere? Cosa è una vita “pienamente vissuta”? Cosa una “vita autentica”? Parafrasando Montaigne ed Heidegger si potrebbe giungere alla conclusione che imparare a vivere vuole dire apprendere a filosofare, accettando l’idea di dover morire. Perché, in fondo, esistere vuol dire proprio questo. E si impara a vivere morendo, dal momento che si inizia a morire già dal primo istante della propria vita. Paradossalmente, tanto più si impara a vivere quanto più ci si avvicina alla morte, quanto più il tempo si fa breve, per necessità, e diminuisce quello che è disponibile per la vita autentica. Ma cosa è una vita autentica? Una vita autentica si fa tale attraverso la scrittura, che la rende immortale, e la eternizza, permettendo la sopravvivenza della memoria, ai posteri, di chi se ne va? O è autentica la vita di chi la spende in compagnia degli altri, dei propri cari? Vivere è sempre un sopravvivere a se stessi, sebbene l’errore, lo smacco, la caduta, il cedimento siano comunque dietro l’angolo, in attesa, a tendere il tranello, l’agguato, che potrebbe anche essere letale. Ma per sopravvivere in maniera autentica non esiste altra strada che quella della convivenza. Bisogna saper convivere con gli altri, apprendendo dagli altri attraverso l’esempio, che ne è testimonianza. Ma anche attraverso il naufragio del vice vivere, che è l’alienazione del vivere la vita degli altri, o del vivere la propria come se non lo fosse, ed appartenesse ad un altro. La sola certezza che resta è che nulla sopravvive se non ciò che è stato donato, se non ciò che è stato tradotto in amore per l’altro. Ciò che sopravvive è il ricordo che di noi resta in chi abbiamo amato. Nel ricordo sopravvivremo amati o odiati. Vivere è il tempo del presente, in cui è possibile convivere con gli altri, in maniera autentica, per previvere, nella “potenza immane del progetto” e del futuro, che resiste agli assalti del tempo; e per sopravvivere alla morte, nella memoria del passato, attraverso gli scritti ed il ricordo degli altri, e di quanti resteranno dopo che noi ce ne saremo andati per sempre. Ma esiste una resurrezione? È possibile una rinascita? A noi umani non è dato di sapere, perciò è bene affidarsi a quella immortalità laica che è il ricordo che di noi lasceremo, l’amore che avremo saputo donare, ciò per cui ci siamo spesi. La sola immortalità cui ci è dato di poter, con certezza, aspirare, è nelle opere che avremo saputo costruire, e che parleranno di noi anche in nostra assenza. Sebbene questo non ci rinfranchi e non ci consoli dal dover sospendere l’abitudine alla vita che, quanto più si fa matura e vecchia, tanto più ci tiene a sé legati con la sua seduzione. I vecchi amano la vita perché sanno di non averne troppa a disposizione. La sola consolazione che fa sperare nell’eternità è la certezza di aver dato qualcosa, di aver fatto qualcosa, di aver lasciato qualcosa. Ma niente è più consolante del sapere di poter continuare a vivere in chi abbiamo amato. E tra questi ci sono i figli in primis. Imparare a vivere è abbracciare quella continuità che lega il passato al presente e al futuro nelle generazioni che da noi provengono e che ci sopravvivranno. Apprendere a convivere può avere un senso soltanto nella prospettiva della costruzione di un futuro di pace, in politica, e nel mondo sociale, culturale, familiare, dei nostri simili, in cui gli affetti più intimi che ancora ci tengono legati alla vita, si possano aprire ad una dimensione umanitaria più ampia in senso universale, abbracciando l’interezza del tutto. Perché la nostra vita umana acquista un significato soltanto se intesa in un contesto di relazioni e di valori che sia molto più ampio di quelli che un singolo può darsi nel vivere, in modo solitario ed appartato, la sua personale esperienza esistenziale. La quale, se presa nella sua individualità, non ha alcun senso e nessun pregio…“nulla nessuno in nessun luogo mai”….Ma è proprio il porsi questo quesito, se sia possibile o meno apprendere la vita in modo giusto, imparare cosa voglia dire vivere una vita autentica, che fa di noi esseri umani qualcosa di diverso dalle altre creature viventi, animali compresi. Il gatto e il cane vivono, senza sapere di farlo. Esattamente come fanno le macchine artificiali quando eseguono un programma senza esserne coscienti. Ed è proprio la coscienza ciò che ci distingue dagli animali e dagli automi. L’uomo sa cosa sta facendo e se ne chiede il perché, originando così il pensiero e la riflessione filosofica, che comunemente chiamiamo ragione in senso lato. Ed è proprio questa faccenda della coscienza che va approfondita, perché è questa la funzione del cogito cartesiano. A noi umani non basta di vivere, come invece ai pesci basta di nuotare tutta la vita in acqua senza sapere cosa sia l’acqua. Ed il domandarci cosa voglia dire vivere, se esista un modo autentico per farlo bene, se finalmente si possa imparare ad apprendere l’arte del vivere, è un problema filosofico, appunto perché è umano, troppo umano. Il timore che le macchine possano un giorno prendere il potere è una fallacia del ragionamento. Perché le macchine, persino l’IA, quella che oggi chiamiamo intelligenza artificiale generativa, come Chat GPT, sono prive di coscienza, e necessitano sempre di un umano che le programmi e le implementi. Almeno, sino ad ora. Il problema potremmo dovercelo porre in un futuro, non sappiamo quanto lontano dalla nostra contemporaneità, semmai le macchine dovessero sviluppare un’autonomia di pensiero ed una coscienza, indipendenti dagli esseri umani che le producono e le programmano. Ma la macchina rimane un meccanismo, mentre gli esseri viventi sono degli organismi. E la differenza tra il meccanismo e l’organismo è che il primo viene animato da una spinta esterna, e si può accendere e spegnere illimitatamente; mentre il secondo vive di un movimento intrinseco, ed è o vivo o morto. E dalla morte non esiste ritorno…


Un sentito grazie a Maurizio Ferraris e al suo bel libro Imparare a vivere, che mi hanno permesso di esternare, facendole mie, queste profonde riflessioni sulla vita e sul senso dell’esistenza umana. È proprio vero che la caduta in se stessa non è mai soltanto un accidente, perché può diventare un’opportunità per fare silenzio dentro di sé e permettere la nascita del pensiero, come accade sempre a chi si rialza, dopo ogni inciampo che la vita riserva a tutti gli esseri umani. La maturità sostiene con l’esperienza la durezza della prova. Imparare a vivere era il libro che mancava nella bibliografia di un grande filosofo della contemporaneità, quale è Maurizio Ferraris. Adesso c’è. Questo articolo trae spunto proprio dalla sua lettura, ma anche dall’ascolto dei video online e dalla lettura di qualche suo articolo sull’IA, oltre che dalla partecipazione a Colloquia, l’ultima edizione foggiana del mese di Marzo 2024, sui rischi dell’intelligenza artificiale generativa, cui il filosofo ha partecipato discutendo una sua relazione.


Bibliografia:

1. Maurizio Ferraris, Imparare a vivere, Laterza, Bari, Febbraio 2024


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