Il Caso Garlasco
- Antonietta Pistone

- 22 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 26 mag

Una matassa non facile da sciogliere
Sono consapevole di essere l’ennesima persona che si occupa del caso Garlasco. E di non essere la sola a scriverne (e parlarne) per sentito dire, senza aver letto le carte processuali, ma soltanto per aver appreso le notizie in tv, dai programmi che trasmettono il delitto quasi a rete unificate, da mattina a sera. So benissimo che si sta discutendo del solito processo di piazza ( quello che si celebrava una volta ai danni delle streghe che venivano poi bruciate sul rogo) che oggi si celebra attraverso i social media, e che condanna una volta il “biondino dagli occhi di ghiaccio” ed un’altra volta creando un mostro in una personalità non certo trasparente, sicuramente problematica, con tratti oscuri e molti lati d’ombra. Ma tutti, davvero tutti, ne parlano. Anche perché ad ascoltare i magistrati quella povera ragazza, Chiara, sarebbe stata uccisa due volte, da due assassini diversi. Mentre lei è morta una volta sola.
Non so come andranno a finire le cose. Di errori giudiziari, nella storia della giustizia italiana e non, ne sono stati commessi. E alcuni davvero eclatanti. Basti ricordare il caso di Enzo Tortora, storico conduttore di Portobello, che si è poi concluso con l’accertamento dell’innocenza del presentatore televisivo, il quale dopo poco è deceduto perché nel frattempo ammalatosi gravemente, anche per il dolore e le sofferenze causate dallo scandalo che ingiustamente lo aveva travolto. Ma vale la pena di ricordare anche il caso di Sacco e Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti, accusati ingiustamente di rapina e omicidio nell’America xenofoba degli anni venti, e poi condannati ed uccisi sulla sedia elettrica. Soprattutto in questo secondo caso, ma in generale in tutti gli errori giudiziari, a farla da padrone sono stati i pregiudizi, la xenofobia ed il razzismo contro gli immigrati.
In ogni caso di errore giudiziario sono leggibili elementi di preconcetto e la percezione della realtà distorta da quelle che sono le idee prefissate dei magistrati che hanno indagato, i quali hanno impostato da subito l’indagine su una sola pista trascurando tutti gli altri elementi possibili, e vedendo nel caso soprattutto la conferma alle loro ipotesi iniziali, senza minimamente vagliare la possibilità di altri accertamenti e soluzioni.
Dopo quello che è accaduto in questi lunghi anni dalla morte di Chiara Poggi non so se noi italiani possiamo ancora avere fiducia nella giustizia, e nei professionisti del crimine, tra Ris e magistrati, che dovrebbero essere formati a fare indagini complesse e a dedurre la verità processuale spesso anche solo da semplici indizi che si trovano sulla scena del crimine. Ma come è possibile fare così tanti errori per specialisti che sono stati formati a questo lavoro? Come è possibile che i Ris cancellino senza nemmeno accorgersene prove importantissime sulla scena del crimine?
Adesso, per dimostrare l’innocenza di Stasi, che si è sempre dichiarato estraneo al delitto, bisognerebbe spiegare tutti quegli elementi, almeno cinque tra i più noti in sentenza, che per anni sono stati annoverati tra gli indizi probatori della sua colpevolezza:
1. la suola delle sue scarpe che appare pulita, nonostante la sua dichiarazione di essere stato fisicamente presente sulla scena del delitto ormai consumato e di aver scoperto il corpo di Chiara;
2. il volto di Chiara, che lui dice essere bianco mentre è stato rinvenuto sporco di sangue e a capo in giù, quindi impossibile da scorgere per chi avesse scoperto fugacemente il corpo, come lo stesso Stasi dichiara di aver fatto;
3. il sangue sui pedali della sua bicicletta;
4. cosa ci facesse la sua bicicletta davanti alla casa di Chiara la mattina del delitto;
5. la sua freddezza a telefono quando denuncia la scoperta al 118, parlando di una generica persona, invece di dire subito che si trattava della sua fidanzata dell’epoca.
Perché due sono le cose: o questi sono indizi, che messi insieme fanno una prova, e allora restano inconfutabili fintanto che non vengano spiegati diversamente, e la procura di Pavia li dovrebbe risolvere e chiarire, dal momento che considera Stasi innocente; o questi elementi non costituiscono una prova certa della sua colpevolezza, e allora ci devono comunque far capire come mai un uomo ancora molto giovane, e con tutta la vita davanti, sia stato condannato in presenza di dubbi, in mancanza di un movente inequivocabile, e soprattutto sulla base di questi indizi incerti e confutabili. E come mai siano state volutamente tralasciate altre piste di indagine, come quella che oggi porta la procura di Pavia a dichiarare la colpevolezza di Sempio che, sebbene fosse stato interrogato a lungo ai tempi del delitto, fu all’epoca rilasciato e dichiarato innocente.
La revisione del processo Stasi deve riguardare tutti gli elementi di colpevolezza che all’epoca della condanna furono annoverati come tali contro di lui. E il processo a Sempio deve spiegare come mai tutti gli addebiti che oggi gli vengono fatti sian
o stati del tutto trascurati quasi venti anni fa e non vennero presi in considerazione come utili indizi probatori a suo carico.
Inoltre, la colpevolezza di Sempio può essere provata in via definitiva soltanto dopo la revisione del processo a Stasi, ormai giudicato colpevole di omicidio con sentenza passata in giudicato, dopo tre gradi di giudizio. Altrimenti, come scrivevo sopra, si rischia di vedere accusati due soggetti per uno stesso omicidio, e per una persona che è morta una volta sola, e sicuramente per mano di un solo assassino, come è stato accertato e confermato dalla procura che indaga attualmente sul caso al momento più discusso d’Italia.
Anche la posizione di Sempio deve essere chiarita, soprattutto relativamente all’impronta 33, alla compatibilità della sua impronta del piede con quella lasciata dalle scarpe dell’assassino, e deve essere spiegato come mai sotto le unghie di Chiara sia stata rilevata la presenza di un DNA compatibile con quello di Sempio e non con quello di Stasi che, stando alla ricostruzione del delitto, sarebbe stato l’ultimo ad aver visto la vittima, la sera prima dell’omicidio.
Una matassa certamente non facile da sciogliere.

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